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	<description>Pensiero politico, Democratic vistas and ideas</description>
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		<title>Tempo di Blue Labour?</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Spindoctor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiero politico]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ideologo del Blue Labour, Maurice Glasman, spiega all’Observer e alla BBC in cosa consista la sua visione politica: ritorno all’ispirazione pre-1945 del partito, recupero degli strati più bassi dell’elettorato, critica della globalizzazione finanziaria, conservatorismo progressista, valorizzazione dell’esperienza cooperativa e associativa locale. Leggi intervista del Guardian a Glasman<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=77&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ideologo del Blue Labour, Maurice Glasman, spiega all’Observer e alla BBC in cosa consista la sua visione politica: ritorno all’ispirazione pre-1945 del partito, recupero degli strati più bassi dell’elettorato, critica della globalizzazione finanziaria, conservatorismo progressista, valorizzazione dell’esperienza cooperativa e associativa locale. </p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/politics/2011/apr/24/blue-labour-maurice-glasman">Leggi intervista del Guardian a Glasman</a></p>
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		<title>I colori del Labour</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 15:50:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Spindoctor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democratic Vistas]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero politico]]></category>

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		<description><![CDATA[Rosso, blu, viola: quanti sono i colori del Labour? Appena eletto, dopo lo scontro fratricida con il fratello David, Ed Miliband si è dovuto scontrare con l’etichetta “red” che i tabloid – Sun in testa – gli avevano appiccicato addosso. La fine dell’era del New Labour, sancita un anno fa dal voto, portava con sé [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=81&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rosso, blu, viola: quanti sono i colori del Labour? Appena eletto, dopo lo scontro fratricida con il fratello David, Ed Miliband si è dovuto scontrare con l’etichetta “red” che i tabloid – Sun in testa – gli avevano appiccicato addosso. La fine dell’era del New Labour, sancita un anno fa dal voto, portava con sé l’idea di un ritorno indietro, nella zona di conforto del partito prima della stagione di Tony Blair. Ed il Rosso era, perciò, il destino cui non solo i media avevano consegnato il Labour, sempre più a trazione sindacale e privo della spinta, anche in termini di idee e innovazione, che portò alla fine degli anni ’90 a Downing street.</p>
<p>Pragmatismo vs Big Society<br />
Sotto pelle di un partito sfibrato dalla lunga consuetudine col potere continuano a correre le divisioni che hanno segnato e sfigurato un quindicennio quasi al governo: la faida tra blairiani e brownites che, neanche la glassa di un Next Labour ancora tutto da inventare, era riuscita a coprire. La fanfara che ha accolto la coalizione liberal-conservatrice al numero 10 ha cominciato a suonare il motivetto della “Big Society”, la vaga idea-forza di David Cameron e del suo entourage – a cominciare dallo spin doctor Steve Hilton – su cui si arrovellano opinionisti ed accademici. Niente di paragonabile per Miliband, accusato di non avere un piano di volo e di limitarsi soltanto a lucrare dalla agenda di tagli lacrime-e-sangue imposta dai tories. I sondaggi per ora stanno dando ragione a Ed che non si è affannato più di tanto a cercare di dotare i laburisti di una aggiornata Weltanschauung, dopo che la Terza Via si era trasformata in una eterna Salerno- Reggio Calabria, intasata e con lavori che non finiscono mai.<br />
Ispirandosi al pragmatismo di Barack Obama che ha sempre fuggito la gabbia di ideologie ed etichette per definire il suo modo di essere democratico, Ed ha preferito un po’ di sano galleggiamento, fosse anche soltanto per prendere le misure al partito. Confortato dal fatto che stare all’opposizione può anche essere una straordinaria occasione per ricostruire dalle fondamenta, facendo giustizia di incrostazioni, luoghi comuni e dogmi che hanno perso la loro ragione di essere.<br />
All’ombra del Labour, infatti, l’attività di think tank, gruppi di pressione, associazioni e centri studi non solo prosegue, ma prospera. Da quelli storici, come la Fabian Society, in cerca di un sostituto per Sunder Katwala che ha da poco lasciato la carica di segretario generale, fino a Demos, oggi diretto da Kitty Ussher, o l’Institute for Public Policy Research, guidato da Nick Pearce. Che, insomma, il futuro laburista fosse tutt’altro che consegnato a un tramonto rosso lo si capisce dal vivace dibattito suscitato di recente dalla presa di posizione di David Miliband – cui Europa ha dedicato ampio spazio nelle scorse settimane – e dalla eco che stanno avendo sulla stampa le idee di un gruppo di politici e studiosi che si è richiamato al “Blue Labour”. Nati, in realtà, un paio di anni fa, i laburisti blu predicano un ritorno alla ispirazione originaria del partito, prima ancora del dopo guerra; una radice solida fatta di mutualismo, volontariato, cooperazione, finita poi un po’ nel dimenticatoio sotto un welfare tutto centrato, invece, sullo stato. Il teorico del Blue Labour si chiama Maurice Glasman ed insegna a Londra dove è attivo da diversi anni come “community organizer”.</p>
<p>Da Aristotele ad Alinsky<br />
Non è un caso che, tra Aristotele e Karl Polanyi, questo occhialuto cinquantenne ami inserire anche qualche citazione da Saul Alinsky, profeta di un attivismo civico che è stato alla base dell’impegno di Obama. Proposto dallo stesso Miliband come pari d’Inghilterra, oggi Glasman si fregia del pomposo titolo di Barone di Stoke Newington e Stamford Hill e le sue idee sull’immigrazione, l’economia o la religione sono diventate sempre più influenti. Insofferente verso lo statalismo e critico nei confronti dell’indulgenza del New Labour verso la globalizzazione, in particolare nei suoi aspetti finanziari, il laburismo blu si ritrova nelle tre effe di “flag, faith and family”, fede, famiglia e bandiera. Cercando di contendere l’amor di patria ai conservatori, il Blue Labour non perdona alla stagione di Blair prima e Brown poi di avere minimizzato l’impatto che il fenomeno dell’immigrazione ha avuto soprattutto nell’elettorato dei colletti blu. Tanto che dare voce a Gillian Duffy, la “bigotta” che affrontò proprio Brown alle scorse elezioni sugli extracomunitari, è quasi un programma di lavoro per Glasman e i suoi interlocutori come Marc Stears (un accademico molto vicino a Miliband), Jonathan Rutherford e la strana coppia formata da due politici come Jon Cruddas e James Purnell.</p>
<p>I soliti sospetti<br />
Se, insomma, questa analisi blu sia una critica da destra o da sinistra al mainstream laburista è ancora da capire (c’è chi vede nel Blue Labour una risposta, quasi allo specchio, alla Big Society). Intanto, però, nel partito si attrezzano: e il fronte modernizzatore blairiano ha battuto immediatamente un colpo, annunciando un “libro viola” per tornare a parlare alla middle class diffidente del rosso antico di Ed. Protagonisti, i soliti sospetti dell’era di Tony come Alan Milburn e Tessa Jowell assieme al cerebrale Liam Byrne e a una giovane promessa parlamentare come Liz Kendall. La battaglia per l’egemonia culturale è appena cominciata: per ora, però, sotto il cielo del Labour se ne vedono di tutti i colori. </p>
<p>(di Filippo Sensi, da Europa Quotidiano)</p>
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		<title>Winfried, il prof noioso che guida i Verdi alla riscossa</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 17:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Spindoctor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Elezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Così gli ambientalisti rivoluzionano la politica tedesca Identikit Non infiamma le platee, canta in parrocchia e ama la montagna Il nuovo slogan, storpiando Churchill, della politica tedesca: «Chi non è Verde a vent&#8217; anni non ha cuore, e chi non è Verde a trent&#8217; anni &#8211; e a cinquanta e a settanta &#8211; non ha [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=74&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Così gli ambientalisti rivoluzionano la politica tedesca Identikit Non infiamma le platee, canta in parrocchia e ama la montagna</em></p>
<p><a href="http://publicus.files.wordpress.com/2011/05/winfriedkretschmann.jpg"><img src="http://publicus.files.wordpress.com/2011/05/winfriedkretschmann.jpg?w=275&#038;h=195" alt="" title="winfriedKretschmann" width="275" height="195" class="alignnone size-full wp-image-75" /></a>Il nuovo slogan, storpiando Churchill, della politica tedesca: «Chi non è Verde a vent&#8217; anni non ha cuore, e chi non è Verde a trent&#8217; anni &#8211; e a cinquanta e a settanta &#8211; non ha cervello». Già, perché la vittoria di domenica dei Grünen nelle elezioni del Land del Baden-Württemberg (e in quelle meno importanti della Renania-Palatinato) è la fotografia della nuova struttura politica tedesca: non sono solo i giovani a votare ambientalista; una società che invecchia ha anzi creato un nuovo partito popolare di marca ecologista, che prospera e minaccia il dominio dei due tradizionali, il cristiano-democratico (Cdu) e il socialdemocratico (Spd), che arrancano. Il grande vincitore del Baden-Württemberg &#8211; Stato ricco e industriale fino al midollo, sede della Mercedes, della Porsche, della Bosch -, l&#8217; uomo che ha guidato i Verdi, è l&#8217; incarnazione di questo fenomeno che sta terremotando la Germania politica. Non porta scarpe da tennis, non gira con maglioni larghi, e a dire il vero non infiamma nemmeno le platee. Le platee, piuttosto, Winfried Kretschmann, le fa sbadigliare: discorsi professorali, di livello alto che nobilita la politica ma dalla verve da direttore di banca in un paesino della Foresta Nera, diceva ieri un giornale tedesco. Bene, questo signore di 62 anni con i capelli grigi a spazzola, con gli occhiali dalla montatura sottile, sposato da 36 anni con un&#8217; insegnante elementare, tre figli adulti, amante della montagna, membro del coro della parrocchia è diventato la faccia dei Verdi tedeschi che vincono, il simbolo del nuovo centro politico, un po&#8217; più a sinistra della Cdu e più a destra della Spd, se sinistra e destra sono categorie compatibili con l&#8217; ecologia che diventa partito. Kretschmann, un ex insegnante di biologia, etica e chimica, ebbe in realtà in gioventù una stagione romantica. Breve ma maoista. Lasciò però presto i gruppi extraparlamentari, «troppo autoritari». «Dall&#8217; estremismo di sinistra sono guarito», dice. Meglio i Verdi, sin dalla nascita del partito, 1980. E da subito, da oltre vent&#8217; anni, convinto che il destino dei Grünen non sia necessariamente l&#8217; alleanza con la sinistra: la sua porta è aperta per un incontro futuro con i cristiano-democratici, che con Angela Merkel sono meno chiusi alle istanze del movimento verde, nucleare a parte. È questo l&#8217; uomo destinato a diventare il primo ministro-presidente verde di un Land tedesco. Governerà alla guida di un&#8217; alleanza con la Spd, probabilmente suo malgrado: la Cdu è stata sconfitta così clamorosamente nella sua roccaforte storica (ha governato il Baden-Württemberg ininterrottamente dal 1953) da non essere in grado di rientrare nei giochi. A differenza di quello che dice Frau Merkel, il risultato elettorale di domenica scorsa non è solo il risultato della paura nucleare che ha colpito i tedeschi dopo l&#8217; incidente alla centrale di Fukushima. La tendenza alla crescita dei Verdi ha in realtà radici nella domanda di etica da parte degli elettori, di trasparenza, forse di un po&#8217; più di ingenuità; e nel cambiamento degli stili di vita, tendenzialmente meno consumistici in molti settori sociali. I Grünen sono diventati i rappresentanti della media borghesia tedesca del Ventunesimo Secolo, dei professionisti, di molti imprenditori, degli insegnanti: forti nella Germania Ovest e molto meno in quella, più povera, dell&#8217; Est. Ora, vogliono replicare il modello Kretschmann. Per esempio, strappare ai socialdemocratici, in settembre, il sindaco di Berlino. (www.corriere.it)</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/publicus.wordpress.com/74/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/publicus.wordpress.com/74/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=74&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Perché il centrosinistra perde le elezioni?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 08:40:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Perché il centrosinistra perde le elezioni? Una interessante lecture di David Miliband Leggi tutto<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=67&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché il centrosinistra perde le elezioni? Una interessante lecture di David Miliband</p>
<p><a href="http://publicus.files.wordpress.com/2011/03/miliband-david-ap-324x230.jpg"><img src="http://publicus.files.wordpress.com/2011/03/miliband-david-ap-324x230.jpg?w=324&#038;h=230" alt="" title="miliband-david-ap--324x230" width="324" height="230" class="alignnone size-full wp-image-68" /></a></p>
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		<title>Lord Wei e la Big Society</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 17:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Spindoctor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Democratic Vistas]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall&#8217;intervista del Corriere della Serra a Lord Wei, l&#8217; inventore del progetto politico di Cameron Ha detto David Cameron: «La Big Society è la mia missione». Ma, in definitiva, che cosa è la Big Society? Partiamo da una domanda semplice per capire il progetto politico dei nuovi conservatori britannici. Lord Wei, la Big Society è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=publicus.wordpress.com&amp;blog=437812&amp;post=71&amp;subd=publicus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;intervista del Corriere della Serra a Lord Wei, l&#8217; inventore del progetto politico di Cameron</p>
<p>Ha detto David Cameron: «La Big Society è la mia missione». Ma, in definitiva, che cosa è la Big Society? Partiamo da una domanda semplice per capire il progetto politico dei nuovi conservatori britannici.<br />
Lord Wei, la Big Society è meno Stato e più privato? «La Big Society è un progetto politico che stimola la comunità ad essere protagonista della modernizzazione. Libera l&#8217; iniziativa, promuove la solidarietà. Sposta il baricentro del potere dallo Stato alla società. Riassumo con una immagine: la Big Society è la &#8220;coral reef&#8221;, la barriera corallina, l&#8217; ecosistema nel quale i cittadini vivono, partecipano, si associano». C&#8217; è curiosità ma anche molta perplessità. Ribilanciare i poteri fra Stato e cittadino appare velleitario. «Oggi c&#8217; è sfiducia nelle istituzioni e nei politici, il cittadino si sente isolato e abbandonato. Quindi parlare di Big Society in un ambiente così diffidente è difficile. Poi, non dimentichiamolo, ci troviamo nel mezzo di una austerità che è determinata dall&#8217; enorme deficit lasciato dal precedente governo». Quindi la Big Society è solo un sogno? «Assolutamente no. E sa perché? La ragione è semplice. Non vi è vera ripresa economica senza ripresa sociale. L&#8217; austerità e i tagli finalizzati alla ricostruzione dell&#8217; economia non servono se non si interviene anche a livello sociale, cioè se non si mettono i cittadini nella condizione di partecipare allo sviluppo. La Big Society non è un sogno lontano. Al contrario, è un progetto di grande attualità per ricostruire l&#8217; ecosistema sociale, la coral reef, la barriera corallina». Come traduciamo uno slogan in qualcosa di reale e di visibile? «La Big Society, innanzitutto, significa servizi pubblici efficienti. In che modo renderli efficienti? Un esempio: i medici del servizio sanitario hanno un rapporto diretto con i pazienti e conoscono bene le carenze delle strutture, hanno il polso delle malattie sociali, hanno il monitoraggio delle patologie tipiche della zona in cui esercitano la professione. E&#8217; allora giusto che i medici, associati fra loro e responsabilizzati, gestiscano e indirizzino i fondi pubblici. Ancora più in concreto: sappiamo che la mancanza di lavoro è causa di stati depressivi. Ci sono aree dove l&#8217; emergenza occupazionale è forte. Il medico può e deve decidere se investire le risorse necessarie a supportare i disoccupati dando un&#8217; alternativa all&#8217; utilizzo di medicinali, spesso molto costosi. Perché non creare una rete fra i medici e i job club, ovvero quei gruppi, che con l&#8217; assistenza di un consulente aiutano alla ricerca del lavoro, assistono il disoccupato e lo relazionano con il mercato? Così il paziente non viene abbandonato. Il medico collabora al suo inserimento nella comunità e la comunità si fa carico dei problemi del singolo». Tutto ciò implica un radicale mutamento di mentalità&#8230; «Certo. Ma le alternative quali sono? L&#8217; egoismo individuale, la &#8220;broken society&#8221;, una società fratturata e priva di fiducia e di slancio. Ma facciamo ancora un esempio: se in una zona di Londra, di Manchester, di una qualsiasi città, vi sono un giardino, una scuola, una struttura pubblica che non funzionano bene o che hanno problemi di manutenzione anche perché il titolare del contratto non è all&#8217; altezza o è negligente, allora perché non offrire ai cittadini l&#8217; opportunità di intervenire direttamente? Si possono coinvolgere i pensionati per il controllo dei parchi, si possono creare gruppi di volontariato sia per supervisionare e correggere le spese destinate ai servizi pubblici sia per vigilare sulla crescita urbanistica. I cittadini, attraverso le organizzazioni del volontariato, decidono con chi stipulare i contratti e controllano il flusso di cassa». Meno welfare? «Lo Stato conserva un ruolo importante per il soccorso alle persone più deboli e non garantite. L&#8217; Occidente ha una popolazione che invecchia e, di conseguenza, diminuiscono le entrate contributive. E&#8217; giocoforza riorganizzarlo. In generale siamo costretti a ripensare alla nostra società. Il welfare fu la risposta ai problemi del dopoguerra. La gente chiedeva sicurezza sociale allo Stato. Poi ci fu la riscoperta negli anni Ottanta e Novanta del privato. Adesso occorre compiere un altro passo. Nei prossimi decenni soffriremo di trend demografici diversi dal passato e il governo non riuscirà a rispondere alla domanda di welfare. La Big Society è la risposta ai nuovi bisogni». Come si finanzia la Big Society? «Con una mano operiamo per recuperare miliardi di sterline inghiottiti dagli sprechi e per incanalarli negli investimenti a favore dei cittadini, del volontariato, delle comunità locali. Con un&#8217; altra mano azioniamo la leva della Big Society Bank». La Big Society Bank: è una nuova banca statale? «E&#8217; un fondo che custodisce denaro risparmiato e lo spinge verso la Big Society: è la Banca d&#8217; Inghilterra per il settore sociale. Il fondo lavora con le organizzazioni, con le associazioni, con i gruppi che avviano iniziative imprenditoriali di carattere sociale». La Big Society rischia di essere la maschera dietro alla quale si nascondono i tagli alla spesa pubblica. «David Cameron parla di Big Society da 5 o 6 anni. Dunque non è la maschera dell&#8217; austerità. E&#8217; un&#8217; idea nata in tempi non sospetti, non è un&#8217; invenzione dell&#8217; ultima ora. Aggiungo che tagliare tanto per tagliare non serve a niente se non si trasferiscono i risparmi nella società per renderla più forte e più competitiva». Ci sono analogie fra la Terza Via del New Labour di Tony Blair e la Big Society di David Cameron. «In un certo senso è la sua evoluzione. La terza via laburista valorizzava il ruolo e il contributo dei privati ma non parlava di volontariato. Ci sono quattro dimensioni di cui dobbiamo tenere conto: l&#8217; individuo, la famiglia, le associazioni di cui è parte l&#8217; individuo, le istituzioni. Noi poniamo l&#8217; accento non soltanto sull&#8217; individuo e sulle istituzioni ma anche sulla famiglia e sul volontariato. La sfida è trovare l&#8217; equilibrio fra queste dimensioni«. Una parte dei Tory è molto prudente e resta legata alle tradizioni thatcheriane. «C&#8217; è dialettica. Negli anni Ottanta, Margaret Thatcher concentrò molto potere per raggiungere l&#8217; obiettivo che erano le liberalizzazioni economiche. Ora si compie il cammino inverso: occorre decentralizzare. E&#8217; una missione politica e morale: vogliamo uscire dalla crisi con una economia più forte e con una società più coesa, solidale e responsabile. E&#8217; la grande riforma del secolo».</p>
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