Rosso, blu, viola: quanti sono i colori del Labour? Appena eletto, dopo lo scontro fratricida con il fratello David, Ed Miliband si è dovuto scontrare con l’etichetta “red” che i tabloid – Sun in testa – gli avevano appiccicato addosso. La fine dell’era del New Labour, sancita un anno fa dal voto, portava con sé l’idea di un ritorno indietro, nella zona di conforto del partito prima della stagione di Tony Blair. Ed il Rosso era, perciò, il destino cui non solo i media avevano consegnato il Labour, sempre più a trazione sindacale e privo della spinta, anche in termini di idee e innovazione, che portò alla fine degli anni ’90 a Downing street.
Pragmatismo vs Big Society
Sotto pelle di un partito sfibrato dalla lunga consuetudine col potere continuano a correre le divisioni che hanno segnato e sfigurato un quindicennio quasi al governo: la faida tra blairiani e brownites che, neanche la glassa di un Next Labour ancora tutto da inventare, era riuscita a coprire. La fanfara che ha accolto la coalizione liberal-conservatrice al numero 10 ha cominciato a suonare il motivetto della “Big Society”, la vaga idea-forza di David Cameron e del suo entourage – a cominciare dallo spin doctor Steve Hilton – su cui si arrovellano opinionisti ed accademici. Niente di paragonabile per Miliband, accusato di non avere un piano di volo e di limitarsi soltanto a lucrare dalla agenda di tagli lacrime-e-sangue imposta dai tories. I sondaggi per ora stanno dando ragione a Ed che non si è affannato più di tanto a cercare di dotare i laburisti di una aggiornata Weltanschauung, dopo che la Terza Via si era trasformata in una eterna Salerno- Reggio Calabria, intasata e con lavori che non finiscono mai.
Ispirandosi al pragmatismo di Barack Obama che ha sempre fuggito la gabbia di ideologie ed etichette per definire il suo modo di essere democratico, Ed ha preferito un po’ di sano galleggiamento, fosse anche soltanto per prendere le misure al partito. Confortato dal fatto che stare all’opposizione può anche essere una straordinaria occasione per ricostruire dalle fondamenta, facendo giustizia di incrostazioni, luoghi comuni e dogmi che hanno perso la loro ragione di essere.
All’ombra del Labour, infatti, l’attività di think tank, gruppi di pressione, associazioni e centri studi non solo prosegue, ma prospera. Da quelli storici, come la Fabian Society, in cerca di un sostituto per Sunder Katwala che ha da poco lasciato la carica di segretario generale, fino a Demos, oggi diretto da Kitty Ussher, o l’Institute for Public Policy Research, guidato da Nick Pearce. Che, insomma, il futuro laburista fosse tutt’altro che consegnato a un tramonto rosso lo si capisce dal vivace dibattito suscitato di recente dalla presa di posizione di David Miliband – cui Europa ha dedicato ampio spazio nelle scorse settimane – e dalla eco che stanno avendo sulla stampa le idee di un gruppo di politici e studiosi che si è richiamato al “Blue Labour”. Nati, in realtà, un paio di anni fa, i laburisti blu predicano un ritorno alla ispirazione originaria del partito, prima ancora del dopo guerra; una radice solida fatta di mutualismo, volontariato, cooperazione, finita poi un po’ nel dimenticatoio sotto un welfare tutto centrato, invece, sullo stato. Il teorico del Blue Labour si chiama Maurice Glasman ed insegna a Londra dove è attivo da diversi anni come “community organizer”.
Da Aristotele ad Alinsky
Non è un caso che, tra Aristotele e Karl Polanyi, questo occhialuto cinquantenne ami inserire anche qualche citazione da Saul Alinsky, profeta di un attivismo civico che è stato alla base dell’impegno di Obama. Proposto dallo stesso Miliband come pari d’Inghilterra, oggi Glasman si fregia del pomposo titolo di Barone di Stoke Newington e Stamford Hill e le sue idee sull’immigrazione, l’economia o la religione sono diventate sempre più influenti. Insofferente verso lo statalismo e critico nei confronti dell’indulgenza del New Labour verso la globalizzazione, in particolare nei suoi aspetti finanziari, il laburismo blu si ritrova nelle tre effe di “flag, faith and family”, fede, famiglia e bandiera. Cercando di contendere l’amor di patria ai conservatori, il Blue Labour non perdona alla stagione di Blair prima e Brown poi di avere minimizzato l’impatto che il fenomeno dell’immigrazione ha avuto soprattutto nell’elettorato dei colletti blu. Tanto che dare voce a Gillian Duffy, la “bigotta” che affrontò proprio Brown alle scorse elezioni sugli extracomunitari, è quasi un programma di lavoro per Glasman e i suoi interlocutori come Marc Stears (un accademico molto vicino a Miliband), Jonathan Rutherford e la strana coppia formata da due politici come Jon Cruddas e James Purnell.
I soliti sospetti
Se, insomma, questa analisi blu sia una critica da destra o da sinistra al mainstream laburista è ancora da capire (c’è chi vede nel Blue Labour una risposta, quasi allo specchio, alla Big Society). Intanto, però, nel partito si attrezzano: e il fronte modernizzatore blairiano ha battuto immediatamente un colpo, annunciando un “libro viola” per tornare a parlare alla middle class diffidente del rosso antico di Ed. Protagonisti, i soliti sospetti dell’era di Tony come Alan Milburn e Tessa Jowell assieme al cerebrale Liam Byrne e a una giovane promessa parlamentare come Liz Kendall. La battaglia per l’egemonia culturale è appena cominciata: per ora, però, sotto il cielo del Labour se ne vedono di tutti i colori.
(di Filippo Sensi, da Europa Quotidiano)