Dall’intervista del Corriere della Serra a Lord Wei, l’ inventore del progetto politico di Cameron
Ha detto David Cameron: «La Big Society è la mia missione». Ma, in definitiva, che cosa è la Big Society? Partiamo da una domanda semplice per capire il progetto politico dei nuovi conservatori britannici.
Lord Wei, la Big Society è meno Stato e più privato? «La Big Society è un progetto politico che stimola la comunità ad essere protagonista della modernizzazione. Libera l’ iniziativa, promuove la solidarietà. Sposta il baricentro del potere dallo Stato alla società. Riassumo con una immagine: la Big Society è la “coral reef”, la barriera corallina, l’ ecosistema nel quale i cittadini vivono, partecipano, si associano». C’ è curiosità ma anche molta perplessità. Ribilanciare i poteri fra Stato e cittadino appare velleitario. «Oggi c’ è sfiducia nelle istituzioni e nei politici, il cittadino si sente isolato e abbandonato. Quindi parlare di Big Society in un ambiente così diffidente è difficile. Poi, non dimentichiamolo, ci troviamo nel mezzo di una austerità che è determinata dall’ enorme deficit lasciato dal precedente governo». Quindi la Big Society è solo un sogno? «Assolutamente no. E sa perché? La ragione è semplice. Non vi è vera ripresa economica senza ripresa sociale. L’ austerità e i tagli finalizzati alla ricostruzione dell’ economia non servono se non si interviene anche a livello sociale, cioè se non si mettono i cittadini nella condizione di partecipare allo sviluppo. La Big Society non è un sogno lontano. Al contrario, è un progetto di grande attualità per ricostruire l’ ecosistema sociale, la coral reef, la barriera corallina». Come traduciamo uno slogan in qualcosa di reale e di visibile? «La Big Society, innanzitutto, significa servizi pubblici efficienti. In che modo renderli efficienti? Un esempio: i medici del servizio sanitario hanno un rapporto diretto con i pazienti e conoscono bene le carenze delle strutture, hanno il polso delle malattie sociali, hanno il monitoraggio delle patologie tipiche della zona in cui esercitano la professione. E’ allora giusto che i medici, associati fra loro e responsabilizzati, gestiscano e indirizzino i fondi pubblici. Ancora più in concreto: sappiamo che la mancanza di lavoro è causa di stati depressivi. Ci sono aree dove l’ emergenza occupazionale è forte. Il medico può e deve decidere se investire le risorse necessarie a supportare i disoccupati dando un’ alternativa all’ utilizzo di medicinali, spesso molto costosi. Perché non creare una rete fra i medici e i job club, ovvero quei gruppi, che con l’ assistenza di un consulente aiutano alla ricerca del lavoro, assistono il disoccupato e lo relazionano con il mercato? Così il paziente non viene abbandonato. Il medico collabora al suo inserimento nella comunità e la comunità si fa carico dei problemi del singolo». Tutto ciò implica un radicale mutamento di mentalità… «Certo. Ma le alternative quali sono? L’ egoismo individuale, la “broken society”, una società fratturata e priva di fiducia e di slancio. Ma facciamo ancora un esempio: se in una zona di Londra, di Manchester, di una qualsiasi città, vi sono un giardino, una scuola, una struttura pubblica che non funzionano bene o che hanno problemi di manutenzione anche perché il titolare del contratto non è all’ altezza o è negligente, allora perché non offrire ai cittadini l’ opportunità di intervenire direttamente? Si possono coinvolgere i pensionati per il controllo dei parchi, si possono creare gruppi di volontariato sia per supervisionare e correggere le spese destinate ai servizi pubblici sia per vigilare sulla crescita urbanistica. I cittadini, attraverso le organizzazioni del volontariato, decidono con chi stipulare i contratti e controllano il flusso di cassa». Meno welfare? «Lo Stato conserva un ruolo importante per il soccorso alle persone più deboli e non garantite. L’ Occidente ha una popolazione che invecchia e, di conseguenza, diminuiscono le entrate contributive. E’ giocoforza riorganizzarlo. In generale siamo costretti a ripensare alla nostra società. Il welfare fu la risposta ai problemi del dopoguerra. La gente chiedeva sicurezza sociale allo Stato. Poi ci fu la riscoperta negli anni Ottanta e Novanta del privato. Adesso occorre compiere un altro passo. Nei prossimi decenni soffriremo di trend demografici diversi dal passato e il governo non riuscirà a rispondere alla domanda di welfare. La Big Society è la risposta ai nuovi bisogni». Come si finanzia la Big Society? «Con una mano operiamo per recuperare miliardi di sterline inghiottiti dagli sprechi e per incanalarli negli investimenti a favore dei cittadini, del volontariato, delle comunità locali. Con un’ altra mano azioniamo la leva della Big Society Bank». La Big Society Bank: è una nuova banca statale? «E’ un fondo che custodisce denaro risparmiato e lo spinge verso la Big Society: è la Banca d’ Inghilterra per il settore sociale. Il fondo lavora con le organizzazioni, con le associazioni, con i gruppi che avviano iniziative imprenditoriali di carattere sociale». La Big Society rischia di essere la maschera dietro alla quale si nascondono i tagli alla spesa pubblica. «David Cameron parla di Big Society da 5 o 6 anni. Dunque non è la maschera dell’ austerità. E’ un’ idea nata in tempi non sospetti, non è un’ invenzione dell’ ultima ora. Aggiungo che tagliare tanto per tagliare non serve a niente se non si trasferiscono i risparmi nella società per renderla più forte e più competitiva». Ci sono analogie fra la Terza Via del New Labour di Tony Blair e la Big Society di David Cameron. «In un certo senso è la sua evoluzione. La terza via laburista valorizzava il ruolo e il contributo dei privati ma non parlava di volontariato. Ci sono quattro dimensioni di cui dobbiamo tenere conto: l’ individuo, la famiglia, le associazioni di cui è parte l’ individuo, le istituzioni. Noi poniamo l’ accento non soltanto sull’ individuo e sulle istituzioni ma anche sulla famiglia e sul volontariato. La sfida è trovare l’ equilibrio fra queste dimensioni«. Una parte dei Tory è molto prudente e resta legata alle tradizioni thatcheriane. «C’ è dialettica. Negli anni Ottanta, Margaret Thatcher concentrò molto potere per raggiungere l’ obiettivo che erano le liberalizzazioni economiche. Ora si compie il cammino inverso: occorre decentralizzare. E’ una missione politica e morale: vogliamo uscire dalla crisi con una economia più forte e con una società più coesa, solidale e responsabile. E’ la grande riforma del secolo».