L’ideologo del Blue Labour, Maurice Glasman, spiega all’Observer e alla BBC in cosa consista la sua visione politica: ritorno all’ispirazione pre-1945 del partito, recupero degli strati più bassi dell’elettorato, critica della globalizzazione finanziaria, conservatorismo progressista, valorizzazione dell’esperienza cooperativa e associativa locale.
Rosso, blu, viola: quanti sono i colori del Labour? Appena eletto, dopo lo scontro fratricida con il fratello David, Ed Miliband si è dovuto scontrare con l’etichetta “red” che i tabloid – Sun in testa – gli avevano appiccicato addosso. La fine dell’era del New Labour, sancita un anno fa dal voto, portava con sé l’idea di un ritorno indietro, nella zona di conforto del partito prima della stagione di Tony Blair. Ed il Rosso era, perciò, il destino cui non solo i media avevano consegnato il Labour, sempre più a trazione sindacale e privo della spinta, anche in termini di idee e innovazione, che portò alla fine degli anni ’90 a Downing street.
Pragmatismo vs Big Society
Sotto pelle di un partito sfibrato dalla lunga consuetudine col potere continuano a correre le divisioni che hanno segnato e sfigurato un quindicennio quasi al governo: la faida tra blairiani e brownites che, neanche la glassa di un Next Labour ancora tutto da inventare, era riuscita a coprire. La fanfara che ha accolto la coalizione liberal-conservatrice al numero 10 ha cominciato a suonare il motivetto della “Big Society”, la vaga idea-forza di David Cameron e del suo entourage – a cominciare dallo spin doctor Steve Hilton – su cui si arrovellano opinionisti ed accademici. Niente di paragonabile per Miliband, accusato di non avere un piano di volo e di limitarsi soltanto a lucrare dalla agenda di tagli lacrime-e-sangue imposta dai tories. I sondaggi per ora stanno dando ragione a Ed che non si è affannato più di tanto a cercare di dotare i laburisti di una aggiornata Weltanschauung, dopo che la Terza Via si era trasformata in una eterna Salerno- Reggio Calabria, intasata e con lavori che non finiscono mai.
Ispirandosi al pragmatismo di Barack Obama che ha sempre fuggito la gabbia di ideologie ed etichette per definire il suo modo di essere democratico, Ed ha preferito un po’ di sano galleggiamento, fosse anche soltanto per prendere le misure al partito. Confortato dal fatto che stare all’opposizione può anche essere una straordinaria occasione per ricostruire dalle fondamenta, facendo giustizia di incrostazioni, luoghi comuni e dogmi che hanno perso la loro ragione di essere.
All’ombra del Labour, infatti, l’attività di think tank, gruppi di pressione, associazioni e centri studi non solo prosegue, ma prospera. Da quelli storici, come la Fabian Society, in cerca di un sostituto per Sunder Katwala che ha da poco lasciato la carica di segretario generale, fino a Demos, oggi diretto da Kitty Ussher, o l’Institute for Public Policy Research, guidato da Nick Pearce. Che, insomma, il futuro laburista fosse tutt’altro che consegnato a un tramonto rosso lo si capisce dal vivace dibattito suscitato di recente dalla presa di posizione di David Miliband – cui Europa ha dedicato ampio spazio nelle scorse settimane – e dalla eco che stanno avendo sulla stampa le idee di un gruppo di politici e studiosi che si è richiamato al “Blue Labour”. Nati, in realtà, un paio di anni fa, i laburisti blu predicano un ritorno alla ispirazione originaria del partito, prima ancora del dopo guerra; una radice solida fatta di mutualismo, volontariato, cooperazione, finita poi un po’ nel dimenticatoio sotto un welfare tutto centrato, invece, sullo stato. Il teorico del Blue Labour si chiama Maurice Glasman ed insegna a Londra dove è attivo da diversi anni come “community organizer”.
Da Aristotele ad Alinsky
Non è un caso che, tra Aristotele e Karl Polanyi, questo occhialuto cinquantenne ami inserire anche qualche citazione da Saul Alinsky, profeta di un attivismo civico che è stato alla base dell’impegno di Obama. Proposto dallo stesso Miliband come pari d’Inghilterra, oggi Glasman si fregia del pomposo titolo di Barone di Stoke Newington e Stamford Hill e le sue idee sull’immigrazione, l’economia o la religione sono diventate sempre più influenti. Insofferente verso lo statalismo e critico nei confronti dell’indulgenza del New Labour verso la globalizzazione, in particolare nei suoi aspetti finanziari, il laburismo blu si ritrova nelle tre effe di “flag, faith and family”, fede, famiglia e bandiera. Cercando di contendere l’amor di patria ai conservatori, il Blue Labour non perdona alla stagione di Blair prima e Brown poi di avere minimizzato l’impatto che il fenomeno dell’immigrazione ha avuto soprattutto nell’elettorato dei colletti blu. Tanto che dare voce a Gillian Duffy, la “bigotta” che affrontò proprio Brown alle scorse elezioni sugli extracomunitari, è quasi un programma di lavoro per Glasman e i suoi interlocutori come Marc Stears (un accademico molto vicino a Miliband), Jonathan Rutherford e la strana coppia formata da due politici come Jon Cruddas e James Purnell.
I soliti sospetti
Se, insomma, questa analisi blu sia una critica da destra o da sinistra al mainstream laburista è ancora da capire (c’è chi vede nel Blue Labour una risposta, quasi allo specchio, alla Big Society). Intanto, però, nel partito si attrezzano: e il fronte modernizzatore blairiano ha battuto immediatamente un colpo, annunciando un “libro viola” per tornare a parlare alla middle class diffidente del rosso antico di Ed. Protagonisti, i soliti sospetti dell’era di Tony come Alan Milburn e Tessa Jowell assieme al cerebrale Liam Byrne e a una giovane promessa parlamentare come Liz Kendall. La battaglia per l’egemonia culturale è appena cominciata: per ora, però, sotto il cielo del Labour se ne vedono di tutti i colori.
(di Filippo Sensi, da Europa Quotidiano)
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Così gli ambientalisti rivoluzionano la politica tedesca Identikit Non infiamma le platee, canta in parrocchia e ama la montagna
Il nuovo slogan, storpiando Churchill, della politica tedesca: «Chi non è Verde a vent’ anni non ha cuore, e chi non è Verde a trent’ anni – e a cinquanta e a settanta – non ha cervello». Già, perché la vittoria di domenica dei Grünen nelle elezioni del Land del Baden-Württemberg (e in quelle meno importanti della Renania-Palatinato) è la fotografia della nuova struttura politica tedesca: non sono solo i giovani a votare ambientalista; una società che invecchia ha anzi creato un nuovo partito popolare di marca ecologista, che prospera e minaccia il dominio dei due tradizionali, il cristiano-democratico (Cdu) e il socialdemocratico (Spd), che arrancano. Il grande vincitore del Baden-Württemberg – Stato ricco e industriale fino al midollo, sede della Mercedes, della Porsche, della Bosch -, l’ uomo che ha guidato i Verdi, è l’ incarnazione di questo fenomeno che sta terremotando la Germania politica. Non porta scarpe da tennis, non gira con maglioni larghi, e a dire il vero non infiamma nemmeno le platee. Le platee, piuttosto, Winfried Kretschmann, le fa sbadigliare: discorsi professorali, di livello alto che nobilita la politica ma dalla verve da direttore di banca in un paesino della Foresta Nera, diceva ieri un giornale tedesco. Bene, questo signore di 62 anni con i capelli grigi a spazzola, con gli occhiali dalla montatura sottile, sposato da 36 anni con un’ insegnante elementare, tre figli adulti, amante della montagna, membro del coro della parrocchia è diventato la faccia dei Verdi tedeschi che vincono, il simbolo del nuovo centro politico, un po’ più a sinistra della Cdu e più a destra della Spd, se sinistra e destra sono categorie compatibili con l’ ecologia che diventa partito. Kretschmann, un ex insegnante di biologia, etica e chimica, ebbe in realtà in gioventù una stagione romantica. Breve ma maoista. Lasciò però presto i gruppi extraparlamentari, «troppo autoritari». «Dall’ estremismo di sinistra sono guarito», dice. Meglio i Verdi, sin dalla nascita del partito, 1980. E da subito, da oltre vent’ anni, convinto che il destino dei Grünen non sia necessariamente l’ alleanza con la sinistra: la sua porta è aperta per un incontro futuro con i cristiano-democratici, che con Angela Merkel sono meno chiusi alle istanze del movimento verde, nucleare a parte. È questo l’ uomo destinato a diventare il primo ministro-presidente verde di un Land tedesco. Governerà alla guida di un’ alleanza con la Spd, probabilmente suo malgrado: la Cdu è stata sconfitta così clamorosamente nella sua roccaforte storica (ha governato il Baden-Württemberg ininterrottamente dal 1953) da non essere in grado di rientrare nei giochi. A differenza di quello che dice Frau Merkel, il risultato elettorale di domenica scorsa non è solo il risultato della paura nucleare che ha colpito i tedeschi dopo l’ incidente alla centrale di Fukushima. La tendenza alla crescita dei Verdi ha in realtà radici nella domanda di etica da parte degli elettori, di trasparenza, forse di un po’ più di ingenuità; e nel cambiamento degli stili di vita, tendenzialmente meno consumistici in molti settori sociali. I Grünen sono diventati i rappresentanti della media borghesia tedesca del Ventunesimo Secolo, dei professionisti, di molti imprenditori, degli insegnanti: forti nella Germania Ovest e molto meno in quella, più povera, dell’ Est. Ora, vogliono replicare il modello Kretschmann. Per esempio, strappare ai socialdemocratici, in settembre, il sindaco di Berlino. (www.corriere.it)
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Dall’intervista del Corriere della Serra a Lord Wei, l’ inventore del progetto politico di Cameron
Ha detto David Cameron: «La Big Society è la mia missione». Ma, in definitiva, che cosa è la Big Society? Partiamo da una domanda semplice per capire il progetto politico dei nuovi conservatori britannici.
Lord Wei, la Big Society è meno Stato e più privato? «La Big Society è un progetto politico che stimola la comunità ad essere protagonista della modernizzazione. Libera l’ iniziativa, promuove la solidarietà. Sposta il baricentro del potere dallo Stato alla società. Riassumo con una immagine: la Big Society è la “coral reef”, la barriera corallina, l’ ecosistema nel quale i cittadini vivono, partecipano, si associano». C’ è curiosità ma anche molta perplessità. Ribilanciare i poteri fra Stato e cittadino appare velleitario. «Oggi c’ è sfiducia nelle istituzioni e nei politici, il cittadino si sente isolato e abbandonato. Quindi parlare di Big Society in un ambiente così diffidente è difficile. Poi, non dimentichiamolo, ci troviamo nel mezzo di una austerità che è determinata dall’ enorme deficit lasciato dal precedente governo». Quindi la Big Society è solo un sogno? «Assolutamente no. E sa perché? La ragione è semplice. Non vi è vera ripresa economica senza ripresa sociale. L’ austerità e i tagli finalizzati alla ricostruzione dell’ economia non servono se non si interviene anche a livello sociale, cioè se non si mettono i cittadini nella condizione di partecipare allo sviluppo. La Big Society non è un sogno lontano. Al contrario, è un progetto di grande attualità per ricostruire l’ ecosistema sociale, la coral reef, la barriera corallina». Come traduciamo uno slogan in qualcosa di reale e di visibile? «La Big Society, innanzitutto, significa servizi pubblici efficienti. In che modo renderli efficienti? Un esempio: i medici del servizio sanitario hanno un rapporto diretto con i pazienti e conoscono bene le carenze delle strutture, hanno il polso delle malattie sociali, hanno il monitoraggio delle patologie tipiche della zona in cui esercitano la professione. E’ allora giusto che i medici, associati fra loro e responsabilizzati, gestiscano e indirizzino i fondi pubblici. Ancora più in concreto: sappiamo che la mancanza di lavoro è causa di stati depressivi. Ci sono aree dove l’ emergenza occupazionale è forte. Il medico può e deve decidere se investire le risorse necessarie a supportare i disoccupati dando un’ alternativa all’ utilizzo di medicinali, spesso molto costosi. Perché non creare una rete fra i medici e i job club, ovvero quei gruppi, che con l’ assistenza di un consulente aiutano alla ricerca del lavoro, assistono il disoccupato e lo relazionano con il mercato? Così il paziente non viene abbandonato. Il medico collabora al suo inserimento nella comunità e la comunità si fa carico dei problemi del singolo». Tutto ciò implica un radicale mutamento di mentalità… «Certo. Ma le alternative quali sono? L’ egoismo individuale, la “broken society”, una società fratturata e priva di fiducia e di slancio. Ma facciamo ancora un esempio: se in una zona di Londra, di Manchester, di una qualsiasi città, vi sono un giardino, una scuola, una struttura pubblica che non funzionano bene o che hanno problemi di manutenzione anche perché il titolare del contratto non è all’ altezza o è negligente, allora perché non offrire ai cittadini l’ opportunità di intervenire direttamente? Si possono coinvolgere i pensionati per il controllo dei parchi, si possono creare gruppi di volontariato sia per supervisionare e correggere le spese destinate ai servizi pubblici sia per vigilare sulla crescita urbanistica. I cittadini, attraverso le organizzazioni del volontariato, decidono con chi stipulare i contratti e controllano il flusso di cassa». Meno welfare? «Lo Stato conserva un ruolo importante per il soccorso alle persone più deboli e non garantite. L’ Occidente ha una popolazione che invecchia e, di conseguenza, diminuiscono le entrate contributive. E’ giocoforza riorganizzarlo. In generale siamo costretti a ripensare alla nostra società. Il welfare fu la risposta ai problemi del dopoguerra. La gente chiedeva sicurezza sociale allo Stato. Poi ci fu la riscoperta negli anni Ottanta e Novanta del privato. Adesso occorre compiere un altro passo. Nei prossimi decenni soffriremo di trend demografici diversi dal passato e il governo non riuscirà a rispondere alla domanda di welfare. La Big Society è la risposta ai nuovi bisogni». Come si finanzia la Big Society? «Con una mano operiamo per recuperare miliardi di sterline inghiottiti dagli sprechi e per incanalarli negli investimenti a favore dei cittadini, del volontariato, delle comunità locali. Con un’ altra mano azioniamo la leva della Big Society Bank». La Big Society Bank: è una nuova banca statale? «E’ un fondo che custodisce denaro risparmiato e lo spinge verso la Big Society: è la Banca d’ Inghilterra per il settore sociale. Il fondo lavora con le organizzazioni, con le associazioni, con i gruppi che avviano iniziative imprenditoriali di carattere sociale». La Big Society rischia di essere la maschera dietro alla quale si nascondono i tagli alla spesa pubblica. «David Cameron parla di Big Society da 5 o 6 anni. Dunque non è la maschera dell’ austerità. E’ un’ idea nata in tempi non sospetti, non è un’ invenzione dell’ ultima ora. Aggiungo che tagliare tanto per tagliare non serve a niente se non si trasferiscono i risparmi nella società per renderla più forte e più competitiva». Ci sono analogie fra la Terza Via del New Labour di Tony Blair e la Big Society di David Cameron. «In un certo senso è la sua evoluzione. La terza via laburista valorizzava il ruolo e il contributo dei privati ma non parlava di volontariato. Ci sono quattro dimensioni di cui dobbiamo tenere conto: l’ individuo, la famiglia, le associazioni di cui è parte l’ individuo, le istituzioni. Noi poniamo l’ accento non soltanto sull’ individuo e sulle istituzioni ma anche sulla famiglia e sul volontariato. La sfida è trovare l’ equilibrio fra queste dimensioni«. Una parte dei Tory è molto prudente e resta legata alle tradizioni thatcheriane. «C’ è dialettica. Negli anni Ottanta, Margaret Thatcher concentrò molto potere per raggiungere l’ obiettivo che erano le liberalizzazioni economiche. Ora si compie il cammino inverso: occorre decentralizzare. E’ una missione politica e morale: vogliamo uscire dalla crisi con una economia più forte e con una società più coesa, solidale e responsabile. E’ la grande riforma del secolo».
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“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori” (John Maynard Keynes)
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Siamo il Paese della politica invisibile: tra la bancarotta conclamata del centrodestra berlusconiano e l’ amministrazione controllata del centrosinistra bersaniano. Siamo il Paese dell’ etica flebile: tra vajasse da Transatlanticoe Ruby Rubacuori. Siamo il Paese del pensiero debole: tra intellettuali in disarmo e «filosofi di corte». A caccia famelica di «modelli», e a corto di riferimenti per il futuro, non facciamo che rivolgere lo sguardo al passato,e cercare «lumi» nei pantheon del bel tempo che fu. Cosa penserebbero del nostro quotidiano tragicomico socio-politico Antonio Gramsci o Piero Gobetti? Cosa scriverebbero del patetico real-trash televisivo Gadda e Pasolini? E se guardiamo all’ economia, e al suo rapporto con la politica, cosa direbbero Friedman e Keynes? Almeno per il grande Sir John Maynard, ora abbiamo la risposta. Non sta nella previsione di ciò che direbbe, ma nell’ interpretazione di ciò che ha già detto. Un esempio, celebrato: la tempesta perfetta che sconquassa i mercati da due anni a questa parte. Basta rileggere Le conseguenze economiche della pace (ri-edito da Adelphi nel 2007), scritto dal grande economista inglese nel 1919 dopo aver partecipato come delegato di Sua Maestà alla Conferenza di Versailles, per rendersi conto di quale capacità di visione si concentrasse in quel cervello straordinario. Ora, a questo esercizio ermeneutico si aggiunge un altro «titolo», non meno folgorante. «Sono un liberale?», nuova raccolta di saggi keynesiani, curati da Giorgio La Malfa e appena pubblicati sempre da Adelphi. Saggi brevi, ma scritti col nitore del classicista, più che dell’ economista. E col rigore dello scienziato, più che del moderato. Può sembrare un paradosso, ma già ai tempi di Keynes (i pamphlet risalgono al periodo 1919-1946) il liberalismo non godeva di buona salute.
da repubbliva del 26 novembre 2010
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Quando i due partiti principali inseguono le ali estreme si apre uno spazio in mezzo.Un articolo di Platero dall’edizione online de Il Sole 24 ore.com
Un terzo partito? Un terzo candidato presidenziale? La provocazione l’ha lanciata l’altro giorno Tom Friedman sul New York Times. Ma il dibattito è più vasto, al di là della politica e del populismo pre elezioni di novembre. Ci si chiede se il modello capitalistico americano sia ancora valido nel momento in cui modelli di “capitalismo centralizzato” e di “capitalismo autoritario e statalista”, come quello russo o cinese diventano punti di riferimento internazionali… Friedman auspica l’arrivo di un partito illuminato per coagulare il voto della maggioranza degli americani. Larry Diamond, teorico politico, professore a Stanford University, dice in un’intervista al Sole 24 Ore qualcosa di più: il movimento per favorire un terzo candidato in alternativa ai due partiti politici dominanti «ormai rigidi, corrotti, incapaci di cambiare, è già molto avanzato». «Non posso dire molto di più, ma un gruppo di importanti americani coinvolti da decenni nel governo, in politica, nel mondo degli affari, frustrati dalle attuali dinamiche politiche, sta già lavorando al progetto. E credo che una volta passato questo ciclo elettorale, per gennaio spunteranno… in modo spettacolare», dice Diamond che difende il segreto.
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Da tempo gli studiosi di politica americana si stanno interrogando su una tendenza che si è manifestata con chiarezza nelle due ultime elezioni presidenziali – quella di George W. Bush nel 2004 e di Barak Obama nel 2008-ma era andata montando assai prima di allora: una crescente radicalizzazione dello scontro tra i due grandi partiti e anche – ma il fenomeno è più controverso-una crescente polarizzazione degli elettorati che li sostengono.
I temi dello scontro sempre meno appartengono a obiettivi negoziabili, a questioni di più o di meno, e sempre più a obiettivi ideologici e identitari, sui quali i compromessi sono difficili, se non impossibili. Tra di questi non ci sono soltanto questioni attinenti alla pace e alla guerra-certo appassionano e dividono, ma appartengono pur sempre alla politica-ma anche temi che si collocano in campi tradizionalmente riservati alle prescrizioni religiose o al giudizio dei singoli: l’aborto e la bioetica in generale, le scelte sessuali e la loro regolazione istituzionale. E nei due elettorati sempre più sembrano rafforzarsi le componenti partigiane e intransigenti e indebolirsi quelle disposte alla mediazione o addirittura al cambiamento di partito, a seconda dei programmi presentati nelle diverse elezioni: «The Disappearing Center», Il Centro in via di scomparsa, così intitola il suo ultimo libro un noto politologo americano (Alan Abramowitz, Yale University Press, 2010).
Sulla natura e le cause di questo fenomeno le opinioni divergono. Per Morris Fiorina (un altro famoso politologo, che ha scritto cinque anni fa un libro dal titolo significativo: Il mito di un’America polarizzata) ci sarebbe radicalizzazione dello scontro tra i due partiti, tra i due ceti politici, ma non una polarizzazione tra gli elettori, che su molti dei temi “radicalizzati” avrebbero opinioni più moderate e disposte al compromesso. Per Abramowitz non è così: le élite politiche si radicalizzano anche in risposta a gruppi di elettori sempre più numerosi e importanti per le fortune del partito, per la raccolta di risorse, per la militanza di base: si tratta del «pubblico impegnato», the engaged public, come l’autore lo chiama. È questo gruppo di elettori che, a suo parere, è cresciuto e si è radicalizzato.
Circa poi le conseguenze, esse sono miste. Da un lato la radicalizzazione del confronto politico ha condotto nelle due ultime elezioni presidenziali ad una partecipazione elettorale, ad un interesse e ad un volontariato politico dei quali si era persa la memoria: poiché la qualità di una democrazia dipende dalla partecipazione dei cittadini, questa è una conseguenza positiva. Dall’altro-nel contesto costituzionale americano, in cui la Camera dei rappresentanti e il Senato possono bloccare l’esecutivo-la radicalizzazione di rappresentanti e senatori rende sempre più difficile ottenere i voti necessari per attuare il programma del governo: oggi un repubblicano che appoggiasse una iniziativa di Obama sarebbe visto come un traditore e rischierebbe di non essere rieletto. La bipartisanship, un lubrificante molto utile nel rigido sistema di governo diviso, sembra essere in via di scomparsa, e questo può rallentare o compromettere il programma sul quale il presidente si è impegnato nella campagna elettorale, inducendo frustrazione e risentimento tra i suoi elettori.
Notava John Lloyd, in una bella recensione sul «Financial Times», che «in Germania, Francia, Regno Unito, i Paesi scandinavi, e persino in Italia, i contrasti politici tra i partiti sono meno intensi. Se negli anni 50 e 60 del secolo scorso un’Europa ideologicamente divisa si confrontava con un’America centrista, oggi la situazione si è rovesciata» («FT», 2 maggio). Va inoltre osservato che i Paesi europei sono tutti caratterizzati da democrazie parlamentari, e come tale si comporta la semi-presidenziale Francia: il partito o la coalizione che vincono le elezioni politiche dispongono dunque di una maggioranza in parlamento che consente di attuare senza troppi intralci il programma che hanno presentato agli elettori. Dunque si sono de-radicalizzati sistemi politici in cui la radicalizzazione genera danni minori e si è radicalizzato il grande Paese nel quale essa genera danni maggiori, a seguito della sua antica Costituzione di governo diviso. John Lloyd, include – sia pure con un “persino” – anche quello italiano tra i sistemi politici che si sono de-radicalizzati. È proprio così?
Sì e no: come al solito nel nostro bel Paese le cose sono più complicate. Si è sicuramente de-radicalizzato il tradizionale conflitto destra/sinistra, quello per il quale in Italia il confronto tra i partiti è stato il più aspro tra i grandi Paesi occidentali sino alla fine degli anni 80, a seguito del predomino nella sinistra del Partito comunista. Per tutta la Prima Repubblica, e nonostante la prassi moderata e rispettosa della Costituzione cui il Pci si è sempre attenuto, si è trattato del conflitto tra sistemi economico-sociali che ha diviso le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, un conflitto che sta alla radice della conventio ad excludendum nei confronti del Pci, e della democrazia senza alternanza che hanno caratterizzato i primi 40 anni della Repubblica (…e c’è qualcuno che li rimpiange!). Questo contrasto ideologico radicale si è dissolto da 20 anni a seguito del collasso dell’Unione Sovietica e coloro che, in Italia, l’avevano sostenuto sono confluiti, insieme a non pochi dei loro avversari, in un partito al quale è persino dubbio possa applicarsi la definizione di sinistra, il Partito democratico: sul lato più radicale della sinistra sono restate piccole formazioni politiche, non diversamente da altri Paesi occidentali. Se oggi in Italia esiste un partito “anti-sistema” _— non perché auspichi le trasformazioni economico-sociali dell’estrema sinistra di un tempo, ma perché agita un tema politico scottante come quello dell’immigrazione, perché allude a traumatiche trasformazioni istituzionali e minaccia una rottura dell’unità nazionale – questo si colloca sul lato destro dello spettro politico, ed è la Lega Nord.
Anche in questo caso non bisogna sovrastimare le differenze con gli altri Paesi europei. In molti di questi esistono tensioni sul fronte dell’unità nazionale e in quasi tutti il grande afflusso di immigrati ha prodotto forze politiche che danno voce a reazioni popolari di natura xenofoba, in modo altrettanto o anche più estremo della Lega. La principale differenza con il caso italiano sta nel fatto che, nella gran parte degli altri Paesi, i partiti estremisti di destra sono tenuti ai margini delle coalizioni di governo, mentre nel nostro la Lega ne è parte organica. Questo, da un lato, preoccupa non soltanto le forze del centrosinistra, ma anche quelle più moderate del centrodestra: partecipando al governo la Lega può far passare provvedimenti per loro inaccettabili, sia sul fronte dell’unità nazionale, sia su quello del rapporto con gli immigrati. Dall’altro lato, però, la partecipazione al governo nazionale e a centinaia di governi locali ha un evidente effetto moderatore. Nonostante la Lega abbia sinora praticato il vecchio gioco del «partito di lotta e di governo», le sue responsabilità nelle amministrazioni nazionali e locali, l’orizzonte di ciò che si può ragionevolmente fare nel contesto dei rapporti di forza e delle istituzioni attuali, sono destinati ad ammorbidire l’intransigenza ideologica della «lotta». Questo è quanto insegna l’esperienza di tanti altri partiti, incluso il comunista, che a quel gioco hanno partecipato in passato.
Anche se si concede questo punto, anche se la Lega e le reazioni al problema dell’immigrazione non creano tensioni superiori a quelle riscontrabili altrove, forse è possibile trovare in Italia una differenza più marcata con il resto dell’Europa occidentale proprio sul fronte in cui si è inasprito lo scontro ideologico negli Stati Uniti. Uno scontro nel quale vengono buttati in politica conflitti non mediabili tra diverse concezioni del bene, in larga misura di origine religiosa, che in passato convivevano senza eccessive frizioni.
È proprio così? Per alcuni aspetti sembrerebbe. Sia per le posizioni intransigenti assunte dalla Chiesa – in particolare dalla Conferenza episcopale italiana-su alcuni dilemmi bioetici primari, sia per l’attenzione che alcune forze politiche vi hanno prestato, negli ultimi anni il vecchio conflitto tra “laici” e “cattolici” sembra essersi inasprito. Mi sembra però che ci sia una evidente differenza con gli Stati Uniti. In questo caso la radicalizzazione scaturisce non solo da fondamentalismi religiosi diffusi in ampi settori della popolazione, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che i conflitti sui valori si intersecano e si sommano con spaccature etnico-sociali profonde: il Partito repubblicano dà voce ad elettori di ceto medio, bianchi, cristiani, sposati, che si sentono accerchiati da una crescente e sempre più mobilitata popolazione non bianca e/o non sposata e/o non cristiana, i cui modi di vita essi trovano incompatibili con quelli tradizionali e sino a poco tempo addietro predominanti. Nulla di tutto ciò si ritrova in Italia. Nonostante gli sforzi della Conferenza episcopale, la popolazione italiana è secolarizzata e poco disposta a fondamentalismi religiosi. E i partiti del centrodestra che si fanno portatori di concezioni religiose lo fanno in buona misura per calcolo elettorale, per sottrarre al centrosinistra i voti (quanti?) che una stretta osservanza alle prescrizioni ecclesiastiche può far guadagnare. Operazione di dubbio esito, anche perché condotta in un contesto secolarizzato e contro una forza politica, il Pd, che, per la sua stessa composizione, non è certo un alfiere di radicalismo laicista.
Dunque tutto, più o meno, come nel resto d’Europa? Ma allora da dove trae origine l’impressione che il nostro scontro politico, il nostro bipolarismo, sia particolarmente rissoso e radicale? Tutta scena? Esuberanza latina?
In realtà una differenza c’è, ed ha a che fare con il trauma che ha condotto alla Seconda Repubblica, all’innovazione nei modi di comunicazione politica che ha accompagnato il nostro bipolarismo, all’anomala figura di Silvio Berlusconi, alle difficoltà che il centrosinistra incontra nell’accettarlo come legittimo avversario. Una semplificazione estrema e un forte inasprimento nello stile di comunicazione politica era da attendersi in un imprenditore che doveva costruire ex novo un partito in un contesto bipolare, in uno scontro cui il nostro sistema non era avvezzo: Berlusconi ha ampiamente corrisposto alle attese, inventando un avversario “comunista” che più non c’era, ma ancora diceva molto agli italiani orfani dell’anticomunismo vero della Democrazia Cristiana. Dall’altra parte della barricata si erano intanto raggruppati vari orfani del vecchio sistema, semplicemente stupefatti dal trovarsi di fronte un avversario che… non doveva esserci. Non un “vero” politico, ma un imprenditore, zavorrato da conflitti di interesse e da pendenze giudiziarie che lo avrebbero reso unfit to rule (un famoso titolo dell’«Economist») in un Paese «diversamente civile», se mi si passa questa espressione politically correct. I conflitti e le pendenze c’erano e ci sono sul serio, come c’è il suo modo sbrigativo – è un eufemismo – di intendere la politica e i delicati meccanismi costituzionali che la caratterizzano. Se a questo aggiungiamo i conflitti interni al centrosinistra, la sua incapacità di competere con Berlusconi sul piano della comunicazione politica, si capisce perché all’anticomunismo di Berlusconi si sia risposto con l’antiberlusconismo, in un gioco di reciproca demonizzazione.
La differenza col resto d’Europa dunque c’è. C’è radicalizzazione a livello di élite politiche e c’è una vera, seppur parziale, polarizzazione dell’elettorato: anticomunismo e antiberlusconismo, spesso estremi emolto grezzi, sono infatti atteggiamenti diffusi, come s’è visto chiaramente quando Veltroni ha cercato di condurre una campagna elettorale senza mai menzionare il nome di Berlusconi.
C’è da preoccuparsi? Sì e no. Sì, perché in questo contesto l’Italia è mal governata, e soprattutto perché la politica dà un pessimo esempio ai cittadini. No, perché radicalizzazione e polarizzazione non corrispondono a fenomeni sociali e culturali profondi come negli Stati Uniti, se è accettabile l’analisi ricordata più sopra: in Italia esse sono legate alla straordinaria figura del presidente del Consiglio e probabilmente si attenueranno quando Berlusconi uscirà dal campo in cui è trionfalmente sceso. Come disse l’immortale Flaiano: in Italia i problemi sono gravi, ma non seri.
Michele Salvati
L’AUTORE
Michele Salvati, 73 anni, è economista e uomo politico. Insegna Economia politica alla Statale di Milano. Nel 2003 ha teorizzato la nascita del Pd. Fra i libri più recenti: «La sinistra, il governo, l’Europa» (Il Mulino 1997); «Il Partito Democratico per la rivoluzione liberale» (Feltrinelli 2007); «Capitalismo, mercato e democrazia» (Il Mulino 2010)
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Al governo La formazione che fu di Genscher ha saputo reinventarsi cogliendo i mutamenti sociali: Il partito di Westerwelle rompe gli schemi tradizionali destra-sinistra
La fondazione Il Partito Liberale Democratico tedesco (Fdp) nasce nel 1948 dalla fusione di Partito Democratico Tedesco e Partito del Popolo Tedesco. Il primo leader è Theodor Heuss La politica Liberista in economia, a partire dagli anni Novanta il partito diventa alleato stabile della Cdu appoggiando i governi del cancelliere Helmut Kohl e portando avanti una politica attenta ai diritti civili Dopo il Muro Dopo la caduta del Muro di Berlino l’ Fdp si unisce all’ Associazione dei Liberali Democratici della Germania Est. Alle elezioni politiche del 2005 ottiene il 9,8% dei voti e 61 deputati Il successo Al voto di domenica scorsa ha ottenuto il 14,6% delle preferenze e 93 seggi. L’ attuale leader è Guido Westerwelle

BERLINO – «Credibilità». Non è uno slogan brillantissimo, e in tedesco suona ancora meno sexy, ma se Guido Westerwelle deve (ha dovuto) scegliere una parola-chiave per la sua campagna, allora è questa. Non a caso l’ ha ripetuta ovunque c’ era un microfono aperto o una folla ad ascoltarlo: «Noi samo credibili». Perché Guido Westerwelle, liberale, il grande vincitore delle elezioni, outsider per curriculum politico e storia privata, ha dovuto reinventarsi per essere preso sul serio. Il fatto è che ci è riuscito. «La Fdp è Westerwelle», dice lo Spiegel. E nota che se ai tavoli di un immaginario caffé fossero seduti i leader di tutti i partiti e un cittadino di medie letture entrasse, al tavolo liberale non riconoscerebbe che Westerwelle. Un partito con un’ unica faccia. Westerwelle è tutto fuorché il politico tedesco tradizionale. Per i natali, lui figlio di un avvocato della buona borghesia di Bonn, lezioni d’ equitazione fin da piccolo, laddove Schröder-Steinmeier-Fischer e tutta una sfilza di politici democristiani nascono in famiglie umili. Perché omosessuale: e forse il decisivo passo verso l’ «eta adulta» l’ ha fatto quando nel 2004 si è presentato al compleanno della Merkel con il compagno Michael Mronz (domenica, prima di parlare, l’ ha abbracciato in pubblico). Infine, perché nessun politico tedesco ha commesso con tanta nonchalance così tante leggerezze – partecipare a un reality, teorizzare uno Spasspartei, il partito del divertimento, inventarsi un infelicissimo slogan «18» (nel 2005, quando si fermarono al 9%) – riuscendo a farselo perdonare. Ma Westerwelle ha saputo anche rinnovare i liberali. Facendo finta che non fosse altro che un ritorno alle origini, all’ era Genscher quando con il 5-7% si governava per 30 anni ininterrotti. L’ Fdp resta, certo, un partito peculiare, che non ha uguali in Italia o in Francia: pro-mercato («di destra») in economia; liberal («di sinistra») sui temi dei diritti civili. Un tempo non faticavano ad abbracciare il credo di Willy Brandt «più democrazia», oggi sono i principali critici delle misure anti-terrorismo di Schäuble perché «limitano la libertà personale». Hanno sempre attratto gli spiriti liberi, e qualche grande pensatore come Ralf Dahrendorf. Oltre, chiaramente, alla borghesia. E se il programma «meno tasse, più educazione, più diritti» non vi suona nuovo (e tralasciamo pure che su quel meno tasse in tempo di crisi si giocherà la grande partita interna al governo Merkel), è invece nuovo il pubblico a cui si rivolge. Un tempo, i liberali stessi amavano definirsi «il partito di chi guadagna bene». Adesso Guido Westerwelle in un’ intervista allo Spiegel dice: «Quel tempo è finito. Oggi siamo il partito della classe media che si sta assottigliando. E io non voglio vivere in un Paese dove ci sono solo i ricchi e i poveri». Un sondaggio dell’ istituto Infratest dice che il 50% di chi vota Fdp definisce la Germania «abbastanza ingiusta», mentre la grande maggioranza degli elettori Cdu, Spd, verdi ne è soddisfatta. Sono gli scontenti dello stato sociale: quelli che detestano i sussidi e pensano che i «fannulloni» vivano sulle loro spalle. Sono voti che – dice il commentatore Franz Walter – nella vicina Olanda vanno a forze impresentabili, come a Geert Wilders. Il grande merito di Westerwelle, che ha ereditato un partito in stato di confusione, invece è proprio di averli saldati a una solida, classicissima, borghesissima prospettiva liberale. Muovendosi – come sempre – senza scossoni, con leggerezza, come se scivolasse sull’ acqua. Dovrà dimostrare di saper tenere la rotta, perché nelle file dei liberali per ora non si vedono sostituti. Mara Gergolet (www.corriere.it)
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