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Al governo La formazione che fu di Genscher ha saputo reinventarsi cogliendo i mutamenti sociali: Il partito di Westerwelle rompe gli schemi tradizionali destra-sinistra

La fondazione Il Partito Liberale Democratico tedesco (Fdp) nasce nel 1948 dalla fusione di Partito Democratico Tedesco e Partito del Popolo Tedesco. Il primo leader è Theodor Heuss La politica Liberista in economia, a partire dagli anni Novanta il partito diventa alleato stabile della Cdu appoggiando i governi del cancelliere Helmut Kohl e portando avanti una politica attenta ai diritti civili Dopo il Muro Dopo la caduta del Muro di Berlino l’ Fdp si unisce all’ Associazione dei Liberali Democratici della Germania Est. Alle elezioni politiche del 2005 ottiene il 9,8% dei voti e 61 deputati Il successo Al voto di domenica scorsa ha ottenuto il 14,6% delle preferenze e 93 seggi. L’ attuale leader è Guido Westerwelle

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BERLINO – «Credibilità». Non è uno slogan brillantissimo, e in tedesco suona ancora meno sexy, ma se Guido Westerwelle deve (ha dovuto) scegliere una parola-chiave per la sua campagna, allora è questa. Non a caso l’ ha ripetuta ovunque c’ era un microfono aperto o una folla ad ascoltarlo: «Noi samo credibili». Perché Guido Westerwelle, liberale, il grande vincitore delle elezioni, outsider per curriculum politico e storia privata, ha dovuto reinventarsi per essere preso sul serio. Il fatto è che ci è riuscito. «La Fdp è Westerwelle», dice lo Spiegel. E nota che se ai tavoli di un immaginario caffé fossero seduti i leader di tutti i partiti e un cittadino di medie letture entrasse, al tavolo liberale non riconoscerebbe che Westerwelle. Un partito con un’ unica faccia. Westerwelle è tutto fuorché il politico tedesco tradizionale. Per i natali, lui figlio di un avvocato della buona borghesia di Bonn, lezioni d’ equitazione fin da piccolo, laddove Schröder-Steinmeier-Fischer e tutta una sfilza di politici democristiani nascono in famiglie umili. Perché omosessuale: e forse il decisivo passo verso l’ «eta adulta» l’ ha fatto quando nel 2004 si è presentato al compleanno della Merkel con il compagno Michael Mronz (domenica, prima di parlare, l’ ha abbracciato in pubblico). Infine, perché nessun politico tedesco ha commesso con tanta nonchalance così tante leggerezze – partecipare a un reality, teorizzare uno Spasspartei, il partito del divertimento, inventarsi un infelicissimo slogan «18» (nel 2005, quando si fermarono al 9%) – riuscendo a farselo perdonare. Ma Westerwelle ha saputo anche rinnovare i liberali. Facendo finta che non fosse altro che un ritorno alle origini, all’ era Genscher quando con il 5-7% si governava per 30 anni ininterrotti. L’ Fdp resta, certo, un partito peculiare, che non ha uguali in Italia o in Francia: pro-mercato («di destra») in economia; liberal («di sinistra») sui temi dei diritti civili. Un tempo non faticavano ad abbracciare il credo di Willy Brandt «più democrazia», oggi sono i principali critici delle misure anti-terrorismo di Schäuble perché «limitano la libertà personale». Hanno sempre attratto gli spiriti liberi, e qualche grande pensatore come Ralf Dahrendorf. Oltre, chiaramente, alla borghesia. E se il programma «meno tasse, più educazione, più diritti» non vi suona nuovo (e tralasciamo pure che su quel meno tasse in tempo di crisi si giocherà la grande partita interna al governo Merkel), è invece nuovo il pubblico a cui si rivolge. Un tempo, i liberali stessi amavano definirsi «il partito di chi guadagna bene». Adesso Guido Westerwelle in un’ intervista allo Spiegel dice: «Quel tempo è finito. Oggi siamo il partito della classe media che si sta assottigliando. E io non voglio vivere in un Paese dove ci sono solo i ricchi e i poveri». Un sondaggio dell’ istituto Infratest dice che il 50% di chi vota Fdp definisce la Germania «abbastanza ingiusta», mentre la grande maggioranza degli elettori Cdu, Spd, verdi ne è soddisfatta. Sono gli scontenti dello stato sociale: quelli che detestano i sussidi e pensano che i «fannulloni» vivano sulle loro spalle. Sono voti che – dice il commentatore Franz Walter – nella vicina Olanda vanno a forze impresentabili, come a Geert Wilders. Il grande merito di Westerwelle, che ha ereditato un partito in stato di confusione, invece è proprio di averli saldati a una solida, classicissima, borghesissima prospettiva liberale. Muovendosi – come sempre – senza scossoni, con leggerezza, come se scivolasse sull’ acqua. Dovrà dimostrare di saper tenere la rotta, perché nelle file dei liberali per ora non si vedono sostituti. Mara Gergolet (www.corriere.it)

Finita l’ età d’oro del Welfare, in crisi la linea liberale del New Labour Ora si punta su ambiente e diritti individuali. Con un occhio all’ Australia

tratto dal Corriere della Sera del 5 agosto 2009, p. 39 (www.corriere.it)

Ralf Dahrendorf, il noto sociologo tedesco appena scomparso, definì il Novecento «secolo socialdemocratico». E in fondo lo scoccare del 2000 vedeva i partiti dell’ Internazionale socialista ancora al governo in tutti i maggiori Paesi dell’ Ue: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia. Da allora però il vento è radicalmente mutato, come dimostra la dura sconfitta subita da quelle stesse forze alle elezioni europee di giugno. Quindi la decisione dei sindacati tedeschi di non appoggiare più la Spd, come ha notato Gian Enrico Rusconi sulla «Stampa» del 3 agosto, appare la spia di una crisi che investe tutta la sinistra riformista. Non a caso l’ economista Giuseppe Berta ha intitolato Eclisse della socialdemocrazia un suo libro pubblicato dal Mulino e recensito il 7 maggio sul «Corriere» da Michele Salvati. «Lo sviluppo dello Stato sociale, l’ espansione della domanda e la redistribuzione del reddito – osserva Berta – erano gli ingredienti della vecchia ricetta socialdemocratica, non più applicabile, dopo gli anni Ottanta, per via dell’ aumento insostenibile della spesa pubblica e della pressione fiscale. Quindi negli anni Novanta c’ è stato un rovesciamento, con la “terza via” del New Labour di Tony Blair: una forza dall’ identità vaga, che puntava ad assecondare la globalizzazione e accelerare la crescita, nella convinzione che anche gli strati svantaggiati ne avrebbero beneficiato. Ma questa politica non ha ridotto le disuguaglianze e si è scontrata con la crisi finanziaria mondiale, che ha lasciato la socialdemocrazia senza linee di riferimento, in uno stato di grave afasia». Non bisogna credere però che i partiti lontani dalla «terza via» se la passino meglio.

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di Hobsbawm Eric (Storico e docente universitario)

La struttura dell’ impresa privata non può più essere imposta nei servizi pubblici, nella scuola e nella ricerca

Il socialismo ha fallito e il capitalismo è in bancarotta. Cosa ci riserva il futuro? Qualunque sia la nostra etichetta ideologica, lo spostamento dal libero mercato all’ iniziativa pubblica dovrà essere più consistente di quel che pensano i politici. Ci siamo ormai lasciati alle spalle il Ventesimo secolo, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel Ventunesimo, o almeno a pensare in termini adeguati al nuovo secolo. Non dovrebbe essere così difficile, dato che l’ impostazione di base che nel secolo scorso ha dominato l’ economia e la politica è stata travolta dalla storia. Vedevamo le economie industriali moderne, anzi, qualsiasi sistema economico, alla luce di due principi opposti, ciascuno dei quali escludeva l’ altro: capitalismo o socialismo. Siamo passati attraverso due tentativi di mettere in pratica queste formule: l’ economia centralizzata e pianificata dallo Stato di tipo sovietico e l’ economia capitalista del libero mercato senza restrizioni o controlli. La prima è fallita negli anni Ottanta, e con essa sono caduti i sistemi politici comunisti d’ Europa. La seconda sta crollando sotto i nostri occhi a seguito della più grande crisi del capitalismo mondiale dagli anni Trenta a questa parte. Non sappiamo ancora quanto saranno gravi e durature le conseguenze dell’ attuale crisi mondiale, ma sicuramente segneranno la fine del modello di capitalismo basato sul libero mercato che ha conquistato il mondo e i suoi governi fin dagli anni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. I propugnatori di in un capitalismo di mercato puro, senza interventi dello Stato, una sorta di anarchia borghese internazionale, e quelli di un socialismo pianificato, non contaminato dal perseguimento del profitto privato, sono entrambi in una condizione di impotenza. Ambedue questi sistemi si sono rivelati fallimentari. Il futuro – come anche il presente e il passato – appartiene a economie miste, in cui pubblico e privato, in qualche modo, debbono convivere. Ma come? Questo è il problema che tutti oggi devono affrontare, e in particolar modo chi è di sinistra. Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, anche se non vanno sottovalutati gli enormi risultati in campo sociale e nell’ istruzione che hanno ottenuto. Si potrebbe dire che un ciclo è finito. Che siamo liberi di tornare a un’ economia mista. I vecchi strumenti del laburismo sono di nuovo tutti a disposizione – anche le nazionalizzazioni – quindi avanti, usiamo di nuovo quei mezzi che il laburismo non avrebbe mai dovuto accantonare. Questo presuppone però che si sappia cosa fare. Ma non è così. Anzitutto, non sappiamo come superare la crisi attuale. Nessuno lo sa, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie internazionali. In secondo luogo, non si tiene conto di quanto i governi e chi comanda siano ancora dipendenti dalla droga del libero mercato che per decenni li ha tanto gratificati. Ci siamo veramente liberati dell’ idea che l’ impresa privata sia sempre migliore, perché più efficiente? Che la sua organizzazione e gestione economica debba servire da modello anche per i servizi pubblici, la scuola e la ricerca? Che il crescente divario tra i super-ricchi e il resto della popolazione non sia poi così importante, purché tutti (a parte una minoranza dei poveri) stiano un po’ meglio? Non credo. Il test per una politica progressista non è il privato ma il pubblico, non deve essere valutato solo dall’ aumento del reddito e dei consumi individuali, ma anche dall’ espandersi delle opportunità, e di quel che Amartya Sen chiama le «capacità», di tutti attraverso l’ azione collettiva. Ma questo significa, deve significare, iniziative pubbliche non a scopo di profitto, anche se solo per redistribuire il capitale privato accumulato. Decisioni pubbliche mirate al miglioramento sociale collettivo dalle quali possano guadagnare tutti gli esseri umani. Questa è la base di una politica progressista, non l’ aumento della crescita economica e dei redditi personali. Questa politica sarà particolarmente importante per affrontare il maggior problema di questo secolo, la crisi ambientale. Data la gravità della crisi economica, è un cambiamento che dovrà avvenire rapidamente. Il tempo non è dalla nostra parte. Copyright The Guardian (Traduzione di Maria Sepa)

Hobsbawm Eric (Storico e docente universitario)

di ANTHONY GIDDENS

La stampa ha davvero esagerato annunciando – tanto per coniare una frase d’ effetto – la morte del New Labour. Di fatto, i temi portati avanti dal partito nel suo lungo processo di distacco dalla sinistra tradizionale rimangono in gran parte pienamente attuali. A confronto con le generazioni passate, viviamo oggi in un mondo di gran lunga più interdipendente; da qui la necessità di un adeguamento delle nostre politiche per rispondere a questa sfida. È una verità non contraddetta dall’ attuale crisi finanziaria, che anzi la riconferma: nessun Paese sfugge alle sue conseguenze. Ed è un fatto che il numero dei lavoratori occupati nell’ industria si è drasticamente ridotto, e non tornerà a crescere. Per poter aspirare a una quarta legislatura, il Labour dovrà fare appello a un elettorato diversificato, molto al di là della sua tradizionale base classista. L’ economia di oggi e di domani è post-industriale, basata più sui servizi che sulle attività manifatturiere. Le migrazioni e le diversità culturali sono realtà destinate a durare nel tempo, che vanno gestite politicamente. Molti dei capisaldi del New Labour conservano tutta la loro rilevanza. Investire nella scuola rimane una delle prime priorità, come ha ribadito Gordon Brown in un suo recente discorso. Neppure la ripresa economica, quando sarà avviata, potrà offrire molti posti di lavoro ai non qualificati. Restano prioritarie anche le riforme dei servizi pubblici, soprattutto in vista di una maggiore autonomia locale, più potere agli utenti e prestazioni più personalizzate. Il mercato del lavoro deve rimanere flessibile per potersi adeguare ai modelli occupazionali in continuo mutamento, tenendo conto anche dei crescenti livelli di disoccupazione. Resta poi la necessità di affrontare alla fonte la povertà e le disuguaglianze, le cui cause hanno radici profonde. Infine, anche in tempi di grave recessione i problemi ambientali sono sempre di importanza fondamentali e non possono certo essere relegati in secondo piano: i rischi che comportano sono più che mai evidenti e reali. Nessuno, che io sappia, aveva previsto tutta la portata e la gravità della crisi finanziaria in atto. Non solo il Labour, ma molti governi di ogni colore politico si sono visti costretti a buttare a mare tutta la scienza economica convenzionale degli ultimi due o tre decenni per poter dare una risposta adeguata. Chi mai poteva immaginare che George W. Bush avrebbe praticato l’ intervento di Stato nell’ economia su così vasta scala? Quanto alla Gran Bretagna, se i conservatori che oggi trovano da ridire su tutto fossero stati al governo, quasi certamente si sarebbero comportati allo stesso modo. Indubbiamente, dalla prudenza allo scialo il salto è stato grosso; molto maggiore, a mio parere, della decisione di far pagare più tasse ai percettori di redditi elevati, che comunque è carica di considerevoli significati simbolici. È naturale che la destra rappresenti l’ una e l’ altra cosa come un ritorno a una sinistra vecchio stile, ma la sua è una descrizione lontanissima dal vero. Se l’ equilibrio di bilancio è stato importante nel passato decennio di successi economici, la necessità di soprassedere a questo principio si impone oggi in nome di un’ esigenza più pressante: quella di contenere le dimensioni di un tracollo che altrimenti avrebbe conseguenze incontrollabili. È sicuramente giusto e appropriato chiedere a chi dispone di redditi più elevati di accollarsi una parte maggiore dell’ onere: anzi, a mio parere sarebbe stato meglio farlo molti anni prima. Il New Labour ha indubbiamente commesso alcuni gravi errori, e Gordon Brown deve accettare di condividerne la responsabilità. Quella che era iniziata come «offensiva al cocktail di gamberetti» per conquistare i favori della City è degenerata in dipendenza e piaggeria. Da molte parti si sono espresse vive preoccupazioni per gli alti livelli di indebitamento personale e per la fragilità della bolla immobiliare; ma questi avvertimenti sono rimasti per lo più lettera morta. Gordon Brown, che ha rivendicato buona parte del merito degli anni di benessere, a questo punto deve farsi carico anche di qualche colpa per l’ attuale crisi. Ma l’ importante ora è come muoversi per uscirne. Il mondo non sarà mai più quello di prima. Sono passati i tempi della deregulation, della riduzione al minimo di ogni controllo di Stato sugli affari economici. Siamo entrati in un territorio nuovo. Ormai quasi tutti concordano sulla necessità di una più rigorosa regolamentazione dei mercati finanziari. Occorre reinventare la politica industriale, rimasta per tanto tempo nell’ ombra. Per parte mia sostengo con forza una politica antirecessiva abbinata a investimenti su larga scala nelle tecnologie a bassa emissione di carbonio. Non possiamo però tornare alle forme grevi di pianificazione statale che hanno fallito in passato. Nessun ente o agenzia può uguagliare alcune delle capacità proprie del mercato. Un freno eccessivo all’ assunzione di rischi ci vedrebbe tutti perdenti. Come conciliare queste qualità così diverse? La soluzione sarà quella di un nuovo laburismo, se New Labour vuol dire – come io penso e credo – essere disponibili e pronti a un pensiero politico innovativo. Traduzione di Elisabetta Horvat -

da Repubblica — 04 dicembre 2008   pagina 28   sezione: COMMENTI

DOPO CLINTON E BLAIR

La nuova «terza via» di Obama per rifondare l’ Occidente

Obama ha riportato molto più di una vittoria presidenziale: si è assicurato l’ occasione di impostare da capo il panorama nazionale e creare una nuova ideologia politica per l’ Occidente. Dalla fine della guerra fredda, due grandi tendenze politiche hanno innervato le democrazie occidentali. La prima – guidata da Bill Clinton e Tony Blair all’ inizio degli anni Novanta – rappresentava i passi avanti compiuti dalla sinistra nell’ apertura verso il libero mercato e i valori tradizionali, per riscuotere i consensi dell’ elettorato medio. La seconda è stata la decadenza ideologica dell’ ala conservatrice, un movimento oggi travagliato da contraddizioni e corruzione, e personificato dall’ agenda wilsoniana di George Bush, con il suo massiccio apparato governativo. Queste due tendenze si sono incrociate nel 2008. Certo, la maggioranza degli americani si definisce tuttora conservatrice anziché liberale. Una grossa fetta dell’ America è di salda fede repubblicana. Ma questa è una riflessione sugli ultimi tre decenni di governo conservatore, non una previsione per il futuro. «Tra i popoli democratici – scriveva Alexis de Tocqueville – ogni generazione rappresenta un nuovo popolo». I conservatori erano in ascesa negli anni Ottanta e Novanta perché sapevano offrire ricette efficaci per debellare i flagelli degli anni Settanta, stagflazione e turbolenza sociale in patria, espansionismo sovietico all’ estero. La strategia di ridurre il ruolo dello Stato, ribadire i valori tradizionali e controbattere con fermezza le posizioni di Mosca sembrò funzionare. Ma da allora i conservatori hanno rifilato le medesime risposte a ogni crisi successiva. Ricordiamo la reazione di John McCain quando gli è stato chiesto come avrebbe affrontato il collasso di Wall Street: McCain ha giurato di bloccare gli stanziamenti speciali, che non hanno nulla a che vedere con la necessità di restituire fiducia e credito ai mercati. Nel corso degli ultimi vent’ anni, gli Stati Uniti hanno conosciuto una straordinaria impennata di prosperità, di cui hanno beneficiato larghi strati della società. Abbiamo le case più grandi e gli schermi televisivi più piatti del mondo. Ma non siamo stati capaci di affrontare tutta una serie di problemi molto più importanti – una sanità a portata di tutti, una scuola di qualità anche per i ceti meno abbienti e l’ efficienza energetica, per citarne solo tre. In tutte queste aree, le soluzioni non possono arrivare esclusivamente dalla sfera privata, ma richiederanno un intervento statale su vasta scala. Man mano che il libero mercato, una società aperta e una popolazione multietnica si irrobustivano, l’ ordine tradizionale difeso dai conservatori si è scardinato sotto i colpi inferti dal lavoro femminile, divorzio, immigrazione e minoranze. La gente lavora, vive, si sposa e forma una famiglia in un’ infinità di modi diversi, tanto che le vecchie strutture sociali appaiono ormai antiquate. Le riforme dell’ economia di mercato avviate da Margaret Thatcher hanno lentamente rivoluzionato la società britannica, immobilizzata nelle sue classi sociali, struttura sulla quale poggiava l’ egemonia politica dei Tory. Un meccanismo simile è stato innescato in America, quando la gioventù repubblicana si è lentamente, ma inesorabilmente, spostata su posizioni democratiche. Questo non riflette, tuttavia, un ritorno al liberismo vecchia maniera. Il mondo è andato avanti dagli anni Sessanta a oggi. Pochi credono che lo stato debba presidiare l’ economia, che spetti alla pianificazione centralizzata il compito di assegnare le risorse e che il protezionismo potrà salvare posti di lavoro a lungo andare. Osserviamo la sinistra al potere, dalla Gran Bretagna all’ Australia, e vedremo all’ opera politiche a favore del mercato e del commercio, atte a stimolare la crescita. La differenza è che questi governi incoraggiano il ruolo dello stato in alcuni settori, dove il privato non è in grado di sopperire a tutte le necessità. Per Obama, la crisi attuale presenta un’ ottima occasione per riformulare la tradizionale spaccatura nella politica americana. Anziché rispettare il solito divario destra-sinistra sulle dimensioni e sul ruolo del governo, Obama dovrà cercare di risolvere il problema più grave che gli americani avvertono nei confronti di Washington: un governo che appare loro predatorio e corrotto. Gli americani esaminano le aliquote fiscali e non si preoccupano tanto della «ridistribuzione della ricchezza», quanto della corruzione istituzionalizzata tramite scappatoie e favori speciali. Una vera riforma sarà possibile solo smantellando le politiche rapaci e la corruzione, sia da destra che da sinistra. Nei primi anni Trenta, la realtà economica e politica americana faceva intravedere l’ alba di una nuova era. Ma la nuova era fu possibile – e prese la sua forma particolare – grazie all’ abilità e alla visione di Franklin Delano Roosevelt. Se davvero vorrà plasmare il futuro, Obama dovrà dimostrare una simile capacità di leadership. Il suo pensatore preferito, Ralph Waldo Emerson, scrisse nel 1841 che «il partito dei conservatori e quello degli innovatori … si sono disputati il possesso del mondo sin dalla sua creazione … Gli innovatori sono la forza di spinta, i conservatori la pausa finale». Per creare una nuova maggioranza di governo, Obama dovrà incarnare lo spirito innovatore. © Newsweek 2008 traduzione di Rita Baldassarre

Zakaria Fareed

(tratto da www.corriere.it, 12 novembre 2008)

Obama e il New Deal

All’ improvviso, tutto ciò che è vecchio è New Deal. Reagan è passato di moda, Franklin Delano Roosevelt è di moda. Eppure: quanto utile può essere concretamente l’ era di Roosevelt per il mondo di oggi? Molto. Barack Obama, tuttavia, dovrebbe imparare anche dai fallimenti di FDR, e non solo dai suoi successi. La verità è che il New Deal fu più un successo a lungo termine che un successo a breve termine. La ragione del limitato successo nel breve periodo delle iniziative di FDR, che quasi lasciò incompiuto il suo intero programma, fu che le sue politiche economiche erano troppo prudenti. Per quanto riguarda i risultati a lungo termine raggiunti dal New Deal c’ è da tenere presente che le istituzioni alle quali diede vita FDR si sono dimostrate di lunga durata ed essenziali a uno stesso tempo. In realtà, quelle istituzioni sono state e rimangono il fondamento stesso della stabilità economica della nostra nazione. Immaginate quanto peggiore potrebbe essere la crisi finanziaria odierna se il New Deal non avesse assicurato la maggior parte dei depositi bancari. Immaginate anche quanto più insicuri si sentirebbero gli americani più in là con gli anni in questi giorni se i Repubblicani fossero riusciti a smantellare la Social Security. Obama potrà conseguire qualcosa di paragonabile a tutto ciò? Il nuovo segretario generale di Obama, Rahm Emanuel, ha dichiarato che “non si vorrebbe mai che una crisi diventasse un’ occasione sprecata”. I progressisti auspicano che l’ Amministrazione Obama, come il New Deal, reagisca alle attuali crisi economiche e finanziarie creando organismi appositi, dando soprattutto vita a un sistema sanitario universale, che cambierà l’ aspetto della società americana per le generazioni a venire. Ma la nuova Amministrazione dovrebbe cercare di non emulare un aspetto particolare del New Deal che conseguì minor successo: la sua inadeguata risposta alla Grande Depressione stessa. Di questi tempi c’ è un intero apparato intellettuale – alimentato da think tank di destra – impegnato a propagandare l’ idea che di fatto FDR aggravò la Depressione. Pertanto è importante comprendere una cosa: la maggior parte di ciò che si sente dire su questi argomenti si basa in genere su rappresentazioni fittizie dei fatti. Il New Deal portò un sollievo concreto alla maggior parte degli americani. Detto ciò, FDR di fatto non riuscì a pianificare una ripresa economica completa durante i suoi primi due mandati. Questo fallimento è spesso addotto a dimostrazione che la teoria economica Keynesiana – secondo la quale aumentare la spesa pubblica può rimettere in moto un’ economia paralizzata – non funziona. Ma lo studio conclusivo sulle politiche fiscali degli anni Trenta, condotto dall’ economista E. Cary Brown dell’ Mit, ha raggiunto una conclusione diametralmente opposta: l’ incentivo fiscale fu infruttuoso “non perché non funzionasse ma perché non fu sperimentato”. Potrebbe risultare difficile crederlo. È risaputo che il New Deal diede lavoro a milioni di americani messi a libro paga grazie alla Works Progress Administration e al Civilian Conservation Corps. Ancora oggi noi guidiamo lungo strade costruite dall’ Wpa e mandiamo i nostri figli in scuole erette dal Wpa. Qualcuno vorrebbe farci credere che tutte queste opere pubbliche non avrebbero costituito uno stimolo fiscale di primaria importanza? Beh, non dell’ importanza che uno potrebbe essere portato a credere. Gli effetti delle spese per i lavori pubblici federali furono in buona misura compensati da altri fattori, per la precisione un forte aumento del prelievo fiscale varato da Herbert Hoover, i cui effetti definitivi si percepirono soltanto quando si insediò il suo successore. Inoltre, la politica espansionistica a livello federale fu indebolita dai tagli alla spesa e dagli aumenti tributari a livello statale e locale. FDR, oltretutto, non era soltanto riluttante a perseguire un’ espansione fiscale a oltranza: era impaziente di tornare a regole di bilancio conservatrici. Questo suo desiderio quasi rischiò di compromettere il suo lascito. Dopo essersi aggiudicato un’ eclatante vittoria elettorale nel 1936, l’ Amministrazione Roosevelt tagliò la spesa e aumentò le tasse, precipitando una ricaduta economica che riportò il tasso di disoccupazione a percentuali di due cifre e condusse a una sonora batosta nelle elezioni di mid term del 1938. A salvare l’ economia, e il New Deal, fu l’ enorme progetto di opere pubbliche meglio noto come Seconda Guerra Mondiale, che infine fornì un incentivo fiscale adeguato alle necessità dell’ economia. Questa storia insegna alcune lezioni di grande importanza per la prossima Amministrazione. La lezione politica è che iniziative sbagliate in campo economico possono compromettere in breve tempo un mandato elettorale. I Democratici hanno vinto con un forte margine la settimana scorsa, ma nel 1936 vinsero con uno ancora maggiore, per poi vederlo svaporare del tutto dopo la recessione del 1937-38. Gli americani dall’ Amministrazione che sta per insediarsi non si aspettano risultati economici istantanei, ma in ogni caso i risultati li vogliono vedere e l’ euforia dei Democratici avrà sicuramente vita breve se non saranno in grado di assicurare una ripresa economica. La lezione economica è che è importante darsi da fare nella misura che serve. FDR pensava di essere prudente tenendo a freno i suoi piani di spesa. In realtà, corse grossi rischi con l’ economia e con il suo lascito. Il mio consiglio agli obamiani è di prevedere di quanti aiuti necessiti secondo loro l’ economia e quindi di aggiungervi un buon cinquanta per cento. In un’ economia depressa, infatti, è molto meglio abundare con gli stimoli economici che deficere con troppi pochi. In sintesi: le chance di Obama di mettersi alla guida di un nuovo New Deal dipendono in buona parte da quanto audaci e temerari sapranno essere nel breve periodo i suoi piani economici. Ai progressisti non resta che sperare che egli abbia tutto il coraggio che serve. © 2008 The New York Times (traduzione di Anna Bissanti) – PAUL KRUGMAN

(tratto da www.repubblica.it, pubblicato su La Repubblica del 12 novembre 2008 p.30)

LO SCAFFALE DEL DEMOCRATICO AUTORI, PENSIERI E IDEE CHIAVE DEL LEADER FAVORITO
Il vocabolario del giurista Barack: un «Chicago boy» a cui piace lo Stato
E’ accusato di cripto-marxismo, ma il senatore dell’ Illinois ha studiato legge. In politica si ispira a principi pragmatici

Anziché «un commader-in-chief, con Obama avrete un redistributionist-in-chief». L’ ultima, disperata, offensiva per capovolgere l’ esito di un voto che i sondaggi prevedono per lui negativo, McCain l’ ha lanciata sulla cultura politico-economica del candidato democratico, sulla sua volontà di essere il motore della trasformazione della società americana. Verso cosa? Fino a qualche settimana fa i dubbi che venivano seminati riguardavano soprattutto il suo patriottismo, la sua politica estera, l’ atteggiamento sull’ Islam. Col precipitare della crisi finanziaria che ha fatto crollare anche i consensi per il candidato repubblicano, l’ attenzione si è spostata sulle politiche economiche e fiscali. Il tam-tam della propaganda di destra ha cominciato a diffondere il sospetto che Barack Obama sia un «marxista mascherato». McCain, più sobriamente, dice di vedere elementi di socialismo nel programma del suo avversario: «Io voglio produrre più ricchezza, lui vuole redistribuire quella che c’ è». E’ «l’ effetto Joe»: l’ idraulico messo dal senatore dell’ Arizona al centro della fase finale della sua campagna dopo che Obama, durante un comizio, aveva dato una risposta secca al suo lamento «antitasse»: i tributi servono anche a redistribuire il benessere. Da allora è ripreso su molti «media» il dibattito sulla vera identità culturale del leader progressita. Effetto dell’ esasperazione della campagna, ma anche del clima da «nuovo New Deal» che si sta diffondendo: il nuovo statalismo alimentato dalla paralisi del credito e l’ attesa per un Obama stile Roosevelt, pronto a ricorrere alla mano pubblica per riattivare l’ economia. Un dibattito alimentato anche delle scarse tracce della sua formazione ideologica lasciate in giro dall’ esponente democratico che, pure, ha frequentato le migliori università ed è stato un divoratore di libri. Ma una cosa è certa: Obama userà sì la bandiera del «New Deal», ma la sua ricetta uscirà dal confronto dialettico con il team dei suoi «Obamanauti», non dalle memorie di Roosevelt. Il viaggio nella mente di questo leader nero che entusiasma ma i cui piani non sono sempre chiari, è una missione affascinante e complicata. La biografia ufficiale non aiuta: afferma che gli autori preferiti di Obama sono Shakespeare ed Hemingway. Tra le altre letture vengono citate quelle di Herman Melville e E.L. Doctorow. Siamo sempre nella letteratura, con qualche incursione in quella ebraica (Philip Roth) e nera (Toni Morrison). Per il resto la formazione politica del giovane Obama avviene attorno ad alcuni autori del movimentismo radicale americano: da Saul Alinsky a Reinhold Niebuhr, teologo e filosofo che negli anni ‘ 30 del Novecento tentò di entrare in politica candidandosi coi socialisti. Le letture degli anni dell’ università, soprattutto «Rules for Radicals» (un manuale di Alkinsky, che insegna ai protagonisti della controcultura degli anni ‘ 60 ad abbandonare le utopie romantiche, ad essere pragmatici) e «Moral Man and Immoral Society» (un trattato di realismo cristiano nel quale Niebuhr dà una giustificazione teologica dell’ uso della forza militare per far avanzare le «forze del bene») più che aiutarlo a formare un pensiero ideologico, insegnano ad Obama un metodo. Anche nell’ attrazione per Nietzsche non c’ è adesione alle idee del filosofo tedesco, ma grande interesse per un metodo che rimette sempre tutto in discussione. E Abraham Lincoln, la figura che Obama richiama in continuazione come il suo faro politico, per il leader nero non è il martire né il «santo protettore» della democrazia americana, ma il politico scaltro e che guarda lontano, che sa assumere posizioni bilanciate e riesce a portare gli oppositori dalla sua parte. Le letture giovanili e la sua iniziazione, a metà degli anni ‘ 90, nel salotto di William Ayers (organizzatore di movimenti sociali di idee rivoluzionarie), servono alla stampa di destra per dipingere un Barack che, pur essendosi costruito l’ immagine del moderato avrebbe il DNA della sinistra radicale. Ma lo «scaffale» del Barack studente (ricco anche di testi di Sartre e Freud) significa poco. Il manuale di Alinsky, su cui si è concentrata l’ attenzione dei critici di Obama, è una guida contro il velleitarismo: Hillary Clinton ha fatto la sua tesi di laurea sul «modello Alinsky» e nessuno si è scandalizzato. Negli anni dell’ Occidental College di Los Angeles, della Columbia a New York e poi della Law School ad Harvard, Obama apprende soprattutto un metodo: quello del confronto dialettico delle posizioni e della ricerca pragmatica di soluzioni che possono essere diverse per problemi della stessa natura, ma che si presentano in modi e contesti diversi. E’ il suo «coltellino svizzero» intellettuale. Nello scaffale non c’ è molto spazio per l’ economia, nemmeno per autori che oggi tornano in primo paino, come John Maynard Keynes. La formazione di Obama è giuridica. Il suo interesse per l’ economia matura solo alla fine dell’ esperienza ad Harvard (accademia dalla quale vengono i due professori, Jeff Liebman e David Cutler, che hanno ispirato i suoi programmi su pensioni e sanità) e, soprattutto, quando sbarca a Chicago. Nel suo lavoro di «community organizer», Obama – pur senza richiami espliciti – sembra applicare gli insegnamenti del filosofo liberaldemocratico John Rawls (soprattutto laddove integra la meritocrazia non solo con le «pari opportunità», ma anche con la considerazione delle diverse capacità individuali e del peso della fortuna). Sono quelli in Illinois gli anni più importanti anche per «l’ Obama economico» che, a partire dall’ inizio degli anni ‘ 90, integra l’ attività politco-sociale con quella di docente (senza cattedra) di diritto costituzionale all’ università di Chicago: il tempio del moderno conservatorismo nel quale il giovane radicale viene a contatto col pensiero liberista di Milton Friedman. Obama frequenta poco i discepoli del grande monetarista, ma diventa intimo di alcuni economisti «liberal» che, però, considerano valida una parte della ricetta di Friedman: sì alla fiducia nel mercato, ma anche riconoscimento che non si risolvono problemi come l’ inquinamento col liberismo puro. L’ analisi dell’ imperfezione dei mercati avvicina pian piano Obama agli economisti comportamentali e alla psicoeconomia. Ad influenzarlo sono soprattutto gli studi di Richard Thaler e Cass Sunstein sui fattori (informazione scarsa o resa disponibile in modo disomogeneo, convinzioni errate, inclinazioni personali) che spingono gli esseri umani a fare scelte economiche diverse da quelle razionali, presupposte dagli economisti classici. «Nudge», l’ ultimo libro dei due docenti di Chicago, è un «must» per i cultori dell’ Obama-pensiero.

Gaggi Massimo

Pagina 4
(3 novembre 2008) – Corriere Economia

Da il Corriere della Sera del 27 settembre 2008

di Maurizio Ferrera

Possiamo ancora sconfiggere Cameron: al congresso di Manchester David Miliband ha lanciato un accorato appello ai militanti laburisti. Il giovane ministro ha un certo carisma e sarebbe sbrigativo liquidare il suo yes, we can come chiacchiera inconcludente. Ma la crisi del New Labour è molto seria e non può essere unicamente ricondotta alla fiacchezza di Gordon Brown. La crisi s’iscrive piuttosto all’interno di una tendenza ciclica di indebolimento del centrosinistra europeo che ha originato una specie di effetto domino su scala continentale: dal governo all’opposizione.
La tendenza è ciclica perché chiude una lunga fase espansiva iniziata negli anni ‘80 e culminata alla fine dello scorso decennio: nel 1999 la percentuale di governi Ue guidati da leader «progressisti» raggiunse il record del 75%. Le ragioni alla base del ciclo sono molteplici. Nella maggior parte dei casi l’ascesa al potere fu il risultato di riposizionamenti politico-programmatici: molti partiti riuscirono a proporsi come artefici di una «modernizzazione» del modello economico-sociale del proprio paese, capace di conciliare sviluppo ed equità e di mitigare le paure dei ceti medio-bassi. I primi a riposizionarsi furono i socialdemocratici olandesi all’inizio degli anni ‘80. Poi arrivarono Blair, Jospin, Schröder, mentre in Italia si affermarono i governi dell’Ulivo. Un filo rosso di azioni e messaggi condivisi ha collegato le varie esperienze nazionali di «modernizzazione».
Tutti i cicli entrano, prima o poi, in fase calante: dal 1999 ad oggi la percentuale di governi di centro sinistra è crollata al 20%. Se il New Labour dovesse perdere le elezioni, la Spagna resterebbe l’unico grande paese europeo governato dai socialisti. Di nuovo, per spiegare compiutamente il declino occorrerebbe chiamare in causa molti fattori. Se però si parte dall’idea di un «ciclo», originato da riposizionamenti politico- programmatici, la spiegazione va innanzitutto cercata nelle conseguenze di tali operazioni. Quanto efficaci sono state le riforme varate dai governi di centro-sinistra (nei fatti, ma soprattutto nella percezione degli elettori)?
Fare bilanci accurati è difficile, ma in molti paesi lo slancio riformista ha prodotto risultati molto modesti sia sul fronte della crescita che su quello dell’equità, spesso a causa dei veti sindacali. Com’era facilmente prevedibile, i riposizionamenti hanno poi provocato contro-mosse da parte di altri attori. Gli spazi lasciati liberi a sinistra sono stati occupati da partiti massimalisti: non solo in Germania ma anche in Olanda e Svezia. I partiti di centro-destra sono a loro volta passati alla riscossa, tramite elaborazioni programmatiche e strategie di attrazione del consenso anch’esse imperniate sul binomio crescita/giustizia sociale: pensiamo al «conservatorismo compassionevole » in versione europea di Reinfeldt e Cameron, alla nuova economia sociale di mercato di Balkenende e Angela Merkel (cui sembra volersi ispirare anche Berlusconi), al pragmatismo «nazional-popolare» di Sarkozy. Insomma, anche a prescindere dall’efficacia di governo, il centro-sinistra ha scontato l’effetto boomerang delle iniziative di rottura da esso stesso intraprese fra gli anni ‘80 e ‘90.
Oltre a questi fattori bisogna tuttavia considerare una causa esterna rispetto alla logica del ciclo. Dagli anni ‘90 ad oggi è improvvisamente cambiato il contesto entro cui l’agenda delle riforme va progettata ed attuata. E’ infatti arrivata l’onda d’urto della globalizzazione: il binomio crescita/equità deve oggi fare i conti con una forza esogena che solo 10 anni fa si pensava di poter facilmente cavalcare o contenere. Non è solo la delusione per le riforme incompiute o l’attrazione per i nuovi abiti del centro-destra o della sinistra massimalista a far cadere i governi socialdemocratici. E’ anche il timore nei confronti di questa nuova forza, della quale molti elettori percepiscono essenzialmente gli aspetti negativi e destabilizzanti. Un timore che sta aprendo nuovi spazi ai partiti di estrema destra e ad altre formazioni di ispirazione etno-localista e «pro-chiusura».
All’interno delle sinistre riformiste è in corso un vivace dibattito su come reagire al declino e rispondere alla sfida della globalizzazione. Si fanno convegni, si approvano nuovi manifesti (ad esempio l’Hamburger Programm della Spd). Ma come ha causticamente osservato Die Zeit, in questi documenti «la visione generale è lacunosa, mancano proposte chiare». A dispetto degli appelli di Miliband, è difficile che da Londra possano arrivare spunti innovativi: il New Labour marcia ormai in ritirata. Forse ha ragione Piero Ignazi ( Il Sole, 24 settembre): per uscire dall’angolo, la sinistra europea dovrebbe guardare oltre oceano e ispirarsi al pensiero liberal dei democratici Usa. Ammesso che, vinte le elezioni, Obama sia davvero capace di esprimere una visione generale «non lacunosa». E soprattutto di formulare proposte chiare ed efficaci.

dal Corriere della Sera di martedì 22 luglio 2008

Tendenze Il movimento in crisi si apre alle sfide del «global warming», dell’energia e a riconsiderare il ruolo del governo
I giovani conservatori archiviano Reagan
Cambio ai vertici dell’American Enterprise Institute. La destra cerca nuovi valori

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — Una serie di libri di vecchi conservatori che fanno autocritica e, soprattutto, di giovani intellettuali di destra che propongono nuove agende, non più condizionate dalla nostalgia per gli anni di Reagan. E all’American Enterprise Institute (Aei), culla del pensiero neoconservatore e «serbatoio» di personaggi che hanno animato l’amministrazione Bush (da Richard Perle a Paul Wolfowitz, da John Bolton allo stesso Dick Cheney), un cambio della guardia sorprendente: presidente da 22 anni, Christopher DeMuth lascia l’incarico all’eclettico Arthur Brooks, 44enne economista e politologo della Syracuse University con un passato di musicista: per 12 anni ha suonato professionalmente strumenti e ha fatto anche parte dell’orchestra sinfonica di Barcellona.
Appena quattro anni fa, alla vigilia della riconferma di Bush alla Casa Bianca, non solo i repubblicani sembravano destinati a governare a lungo l’America, ma il pensiero conservatore (celebrato anche in un libro di successo scritto dall’attuale direttore dell’Economist, La destra giusta nell’edizione italiana) aveva schiacciato in un angolo la cultura «liberal ».
Oggi la situazione appare capovolta: i democratici hanno ripreso il controllo del Congresso e al prossimo voto rafforzeranno di certo la loro maggioranza, mentre i repubblicani faticano a trovare un ancoraggio nel pensiero conservatore, anch’esso in crisi e alla ricerca di una nuova identità. Nemmeno l’eventuale riconquista della Casa Bianca appare una soluzione: tutti appoggiano John McCain, ma sanno che è un politico imprevedibile. Conservatore sì, ma sempre pronto, in Congresso, a negoziare su tutto e allergico ai vincoli ideologici.
«La verità — confessa al New York Times Ross Douthat, un intellettuale della nuova generazione — è che dopo aver accusato per anni i liberal di essere autoreferenziali, di aver perso il contatto con la gente, abbiamo fatto il loro stesso errore». Douthat ha appena pubblicato, insieme a Reihan Salam, The Grand New Party, un libro che invita il partito repubblicano (il Grand Old Party) a rinnovarsi, recuperando il rapporto con i lavoratori. E Yuval Levin, un altro giovane intellettuale che recentemente ha scritto un libro proprio col vecchio DeMuth, invita a farla finita con i continui richiami all’era Reagan: «Lui ha dato le risposte giuste ai problemi dei suo tempo: “Guerra fredda”, crimine, tasse eccessive. Oggi abbiamo problemi diversi, dall’immigrazione all’ambiente».
Parole che hanno del rivoluzionario, visto che tuttora la homepage del sito della Heritage Foundation invita tutti a chiedersi, davanti a qualunque problema, come lo avrebbe risolto Reagan. Eppure, entro certi limiti, il ripensamento è iniziato anche nella vecchia guardia: David Frum, un intellettuale che ha lavorato per anni con George Bush, scrivendo alcuni suoi discorsi economici, ha pubblicato alcuni mesi fa Comeback, un libro sulla possibile rinascita del movimento conservatore nel quale, pur non rinnegando nulla della sua esperienza, ammette che Bush ha portato il suo partito sull’orlo del disastro. Ma non perché come dicono i conservatori «duri e puri », ha tradito l’ideologia dello «Stato minimo » aumentando la spesa pubblica. Per Frum oggi è tempo di ripensare il ruolo del governo sull’energia, l’ambiente, il riequilibrio del carico fiscale. Sapendo che in qualche caso — ad esempio nella riforma delle carceri — lo Stato deve addirittura fare di più. Non è questo il punto di vista di DeMuth che si dice deluso dalla disinvoltura con la quale Bush ha allargato la spesa pubblica senza preoccuparsi di trovare un’adeguata copertura. Ma anche lui, alla vigilia del ritiro, ammette che su alcune questioni rilevanti (ad esempio la guerra in Iraq) sono stati commessi errori filosofici sui quali si deve riflettere. Le pubblicazioni più recenti e il cambio della guardia all’Aei fanno ritenere che nel movimento conservatore — orfano della mente visionaria di William Buckley, scomparso nel febbraio scorso — crescerà l’influenza di giovani intellettuali più interessati alle sfide del «global warming» e dell’indipendenza energetica che alle battaglie sui temi etici che dominano l’agenda della destra cristiana. Quanto al nuovo capo dell’Aei, va detto che Arthur Brooks (che si insedierà a fine anno, onorati i sui impegni con l’università) deve la sua fama soprattutto alle recenti opere sugli imprenditori sociali, sulla tendenza dei conservatori a impegnarsi in attività filantropiche molto più dei progressisti e, soprattutto, al suo ultimo libro ( Gross National Happiness,
pubblicato da Basic Books) nel quale analizza il rapporto tra benessere materiale e felicità. Le sue conclusioni: il denaro incide sulla felicità, ma non è un valore assoluto e lo Stato che spende di più non rende i cittadini più felici. Prova ne sia che dal 1972 al 2002 la spesa pubblica per abitante del governo Usa è aumentata del 60 per cento reale mentre il livello di soddisfazione dei cittadini è rimasto invariato. Mentre gli abitanti del Messico, benché molto poveri e poco aiutati dal governo, si dicono mediamente molto più felici dei francesi, ricchi e superassistiti.
Analisi, umori, giudizi «tranchant» che fanno prevedere una fase di transizione non breve. Coi conservatori forse disposti a riconsiderare il ruolo di indirizzo del governo in alcuni campi, ma non ad abbracciare la politica della «spesa facile».
Massimo Gaggi Modello

Di Paul Krugman
da Repubblica — 17 giugno 2008 pagina 29

I più entusiasti sostenitori di Barack Obama dicono che portare il candidato democratico alla Casa Bianca significherebbe trasformare l’ America. Con tutto il dovuto rispetto per Obama, è un ragionamento sbagliato. Obama è un oratore straordinario, che ha condotto una campagna brillante, ma se vincerà a novembre sarà perché il Paese si è già trasformato. La nomination di Obama 20 anni fa non sarebbe stata possibile. È possibile oggi perché le divisioni razziali, che da più di quarant’ anni spingono verso destra la politica americana, hanno perso molto del loro mordente. E la derazzializzazione della politica Usa ha implicazioni che vanno molto più in là della possibilità che gli americani stiano per eleggere un presidente afroamericano. Senza le divisioni razziali, il messaggio della destra – che da molto tempo domina la scena politica – perde gran parte della sua efficacia.

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