LO SCAFFALE DEL DEMOCRATICO AUTORI, PENSIERI E IDEE CHIAVE DEL LEADER FAVORITO
Il vocabolario del giurista Barack: un «Chicago boy» a cui piace lo Stato
E’ accusato di cripto-marxismo, ma il senatore dell’ Illinois ha studiato legge. In politica si ispira a principi pragmatici
Anziché «un commader-in-chief, con Obama avrete un redistributionist-in-chief». L’ ultima, disperata, offensiva per capovolgere l’ esito di un voto che i sondaggi prevedono per lui negativo, McCain l’ ha lanciata sulla cultura politico-economica del candidato democratico, sulla sua volontà di essere il motore della trasformazione della società americana. Verso cosa? Fino a qualche settimana fa i dubbi che venivano seminati riguardavano soprattutto il suo patriottismo, la sua politica estera, l’ atteggiamento sull’ Islam. Col precipitare della crisi finanziaria che ha fatto crollare anche i consensi per il candidato repubblicano, l’ attenzione si è spostata sulle politiche economiche e fiscali. Il tam-tam della propaganda di destra ha cominciato a diffondere il sospetto che Barack Obama sia un «marxista mascherato». McCain, più sobriamente, dice di vedere elementi di socialismo nel programma del suo avversario: «Io voglio produrre più ricchezza, lui vuole redistribuire quella che c’ è». E’ «l’ effetto Joe»: l’ idraulico messo dal senatore dell’ Arizona al centro della fase finale della sua campagna dopo che Obama, durante un comizio, aveva dato una risposta secca al suo lamento «antitasse»: i tributi servono anche a redistribuire il benessere. Da allora è ripreso su molti «media» il dibattito sulla vera identità culturale del leader progressita. Effetto dell’ esasperazione della campagna, ma anche del clima da «nuovo New Deal» che si sta diffondendo: il nuovo statalismo alimentato dalla paralisi del credito e l’ attesa per un Obama stile Roosevelt, pronto a ricorrere alla mano pubblica per riattivare l’ economia. Un dibattito alimentato anche delle scarse tracce della sua formazione ideologica lasciate in giro dall’ esponente democratico che, pure, ha frequentato le migliori università ed è stato un divoratore di libri. Ma una cosa è certa: Obama userà sì la bandiera del «New Deal», ma la sua ricetta uscirà dal confronto dialettico con il team dei suoi «Obamanauti», non dalle memorie di Roosevelt. Il viaggio nella mente di questo leader nero che entusiasma ma i cui piani non sono sempre chiari, è una missione affascinante e complicata. La biografia ufficiale non aiuta: afferma che gli autori preferiti di Obama sono Shakespeare ed Hemingway. Tra le altre letture vengono citate quelle di Herman Melville e E.L. Doctorow. Siamo sempre nella letteratura, con qualche incursione in quella ebraica (Philip Roth) e nera (Toni Morrison). Per il resto la formazione politica del giovane Obama avviene attorno ad alcuni autori del movimentismo radicale americano: da Saul Alinsky a Reinhold Niebuhr, teologo e filosofo che negli anni ‘ 30 del Novecento tentò di entrare in politica candidandosi coi socialisti. Le letture degli anni dell’ università, soprattutto «Rules for Radicals» (un manuale di Alkinsky, che insegna ai protagonisti della controcultura degli anni ‘ 60 ad abbandonare le utopie romantiche, ad essere pragmatici) e «Moral Man and Immoral Society» (un trattato di realismo cristiano nel quale Niebuhr dà una giustificazione teologica dell’ uso della forza militare per far avanzare le «forze del bene») più che aiutarlo a formare un pensiero ideologico, insegnano ad Obama un metodo. Anche nell’ attrazione per Nietzsche non c’ è adesione alle idee del filosofo tedesco, ma grande interesse per un metodo che rimette sempre tutto in discussione. E Abraham Lincoln, la figura che Obama richiama in continuazione come il suo faro politico, per il leader nero non è il martire né il «santo protettore» della democrazia americana, ma il politico scaltro e che guarda lontano, che sa assumere posizioni bilanciate e riesce a portare gli oppositori dalla sua parte. Le letture giovanili e la sua iniziazione, a metà degli anni ‘ 90, nel salotto di William Ayers (organizzatore di movimenti sociali di idee rivoluzionarie), servono alla stampa di destra per dipingere un Barack che, pur essendosi costruito l’ immagine del moderato avrebbe il DNA della sinistra radicale. Ma lo «scaffale» del Barack studente (ricco anche di testi di Sartre e Freud) significa poco. Il manuale di Alinsky, su cui si è concentrata l’ attenzione dei critici di Obama, è una guida contro il velleitarismo: Hillary Clinton ha fatto la sua tesi di laurea sul «modello Alinsky» e nessuno si è scandalizzato. Negli anni dell’ Occidental College di Los Angeles, della Columbia a New York e poi della Law School ad Harvard, Obama apprende soprattutto un metodo: quello del confronto dialettico delle posizioni e della ricerca pragmatica di soluzioni che possono essere diverse per problemi della stessa natura, ma che si presentano in modi e contesti diversi. E’ il suo «coltellino svizzero» intellettuale. Nello scaffale non c’ è molto spazio per l’ economia, nemmeno per autori che oggi tornano in primo paino, come John Maynard Keynes. La formazione di Obama è giuridica. Il suo interesse per l’ economia matura solo alla fine dell’ esperienza ad Harvard (accademia dalla quale vengono i due professori, Jeff Liebman e David Cutler, che hanno ispirato i suoi programmi su pensioni e sanità) e, soprattutto, quando sbarca a Chicago. Nel suo lavoro di «community organizer», Obama – pur senza richiami espliciti – sembra applicare gli insegnamenti del filosofo liberaldemocratico John Rawls (soprattutto laddove integra la meritocrazia non solo con le «pari opportunità», ma anche con la considerazione delle diverse capacità individuali e del peso della fortuna). Sono quelli in Illinois gli anni più importanti anche per «l’ Obama economico» che, a partire dall’ inizio degli anni ‘ 90, integra l’ attività politco-sociale con quella di docente (senza cattedra) di diritto costituzionale all’ università di Chicago: il tempio del moderno conservatorismo nel quale il giovane radicale viene a contatto col pensiero liberista di Milton Friedman. Obama frequenta poco i discepoli del grande monetarista, ma diventa intimo di alcuni economisti «liberal» che, però, considerano valida una parte della ricetta di Friedman: sì alla fiducia nel mercato, ma anche riconoscimento che non si risolvono problemi come l’ inquinamento col liberismo puro. L’ analisi dell’ imperfezione dei mercati avvicina pian piano Obama agli economisti comportamentali e alla psicoeconomia. Ad influenzarlo sono soprattutto gli studi di Richard Thaler e Cass Sunstein sui fattori (informazione scarsa o resa disponibile in modo disomogeneo, convinzioni errate, inclinazioni personali) che spingono gli esseri umani a fare scelte economiche diverse da quelle razionali, presupposte dagli economisti classici. «Nudge», l’ ultimo libro dei due docenti di Chicago, è un «must» per i cultori dell’ Obama-pensiero.
Gaggi Massimo
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(3 novembre 2008) – Corriere Economia